«Il tempo di guerra e la guerra del tempo. Il tempo/ della peste e la peste in tempo. Perché si intrecciano/ da sempre e fanno nodo». Questi versi non compaiono nell’ultimo libro di Paolo Fabrizio Iacuzzi, ma sono suoi e rappresentano la chiave di volta tematica che sostiene tutte e sette le arcate di poesia che costituiscono Peste e guerra. La poesia non salverà la vita (Interno Poesia, pp. 288, euro 18) insieme all’efficacissima introduzione di Michele Bordoni e al denso dialogo di poetica che questi vi conduce con l’autore. Nonostante il volume sia composto di testi selezionati dalle sei precedenti raccolte, alle quali si aggiunge una settima sezione inedita, non è tuttavia un’antologia. A tutti gli effetti è, invece, una nuova rapsodia epico-lirica, che fa tutt’uno con prefazione e dialogo e che, perciò, rinnova e dilata fino all’auto-epistemologia il modo di costruzione del libro e lo stile compositivo del verso, tipici da sempre dell’autore pistoiese.

RAPSODIE, APPUNTO, i suoi libri si succedono come opere, conchiuse dal lato strutturale-compositivo e coerenti da quello metrico-stilistico, che si propongono, a loro volta, come parti di un’unica grande rapsodia dai toni musicali avvolgenti e pacati, dove la poesia fonde autobiografia e storia civile, spietata «autobiopsia» del soggetto e compatita antropologia della società, in un legame religioso che accoglie e rivela, per ogni pur minimo e umile anfratto, la sacralità della vita e, insieme, la restituisce alla morte. Il nuovo libro compendia, esemplifica e riavvolge questo lungo processo compositivo e ne rimarca, illuminandole, le cifre essenziali.

In esso, come scrive Michele Bordoni, peste e guerra sono «le costanti antropologiche che instaurano un campo di tensioni e di energie, un vortice, una spirale poetica che struttura tutta la produzione di Iacuzzi», rivelandola come «un vero e proprio Weltschmerz che trova nei suoi versi una conformazione unica e originale nel panorama contemporaneo e non solo». Per trattare poeticamente questa complessa materia di un sentire corale disciolto nel proprio sentire e farne rapsodia, l’autore ricorre a tecniche della scrittura e a mnemotecniche del pensiero che gli consentono di proporsi in una poesia fortemente strutturata sia nella prosodia – cioè nell’intonazione e nel ritmo – della lingua adottata, sia nella metrica e nella sintassi di ogni singolo testo. Importa, anzitutto, l’impianto paratattico della frase all’interno del verso che sortisce da un lato un procedere pacato e uguale del tono, senza variazioni in crescendo e senza abbassamenti di troppo rilievo, e dall’altro lato una sorta di parificazione degli assunti di contenuto in una comune scala di valore.

UNITA A UN REGISTRO linguistico uniforme, costruito sulle parole usuali e sulle espressioni quotidiane di un parlato (molto) coltivato, la paratassi conferisce ai versi l’essenzialità gnomica e definitiva tipica di un giudizio o di un proverbio. In questo modo Iacuzzi prova, come afferma lui stesso, a scardinare «il concetto stesso di poesia come lirica per farne romanzo, teatro, autoritratto con figure, oralità di pensiero devastante e spiazzante, epica della mente».
E nei testi proposti in questa raccolta, naturalmente, è evidenziata l’opera generativa e germinale dei mitologemi originari che fondano e irradiano la sua poesia. Innanzitutto, la bicicletta Bianca (mezzo di trasporto e nome della nonna materna), figura-simbolo che produce e cadenza i movimenti e le soste della memoria nella storia personale e famigliare nelle sue interconnessioni con quella epocale e corale.

OPPURE LA VITA A QUADRI, immagine figurale che, come nelle scenografie sul lenzuolo di un cantastorie medievale, definisce lo sfondo cromatico (bianco, blu, giallo, rosso, rosa, verde e, forse, arancione) su cui si innesta la sceneggiatura di ciascuna raccolta e delle sezioni di quest’ultima; e infine la costruzione di correlativi oggettivi e immagini transazionali, a partire da un’etimologia inesauribile e fantastica del proprio nome, Iacuzzi, che va da Iac a Jacquerie e su, su, parodiando, fino alla marca famosa di vasche d’idromassaggio o «esoticando» fino allo swahili jahazi o al serbo-croato camac, entrambi per barca. Questi mitologemi generano quindi figure, oggetti e movimenti nei quali e coi quali la poesia di Paolo Fabrizio diventa un grande teatro, dove l’azione di protagonisti e personaggi si dipana in una drammatizzazione delle storie e s’inquadra in scenografie, con quinte e pannelli mobili, a simulare le variazioni di orizzonte e di paesaggio nella vita e nella storia. Alla ricerca poetica del «bene cucito al bene cucito al bene».