Premio Letterario
Internazionale Ceppo Pistoia

1 Giugno 2022

Le recensioni animate vincitrici e segnalate sui racconti di Eleonora Marangoni, Francesca Marciano e Giuseppe Zucco, scritte dagli studenti delle scuole secondarie di II grado. Sono state lette alcune citazioni, selezionate da Paolo Fabrizio Iacuzzi e Filiberto Segatto, nel corso della mattinata di domenica 8 maggio 2022, ore 10-12.30. I ragazzi hanno vinto dei buoni libro offerti dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Pistoia e Pescia da spendere presso la Libreria Lo Spazio di Pistoia.


Recensioni ai racconti di
Eleonora Marangoni

Vincitrice Giacomelli Donatella, Liceo Savoia, racconto  “Valentina, cose di cui non scriverò”

Apprezzabile la lettura del personaggio come emblema dell’età tra infanzia e adultità, con il quale vi si identifica.

Valentina è solo una sagoma, un contorno, una fugace pennellata di colore rispetto ad altre donne di cui si parla nel libro, eppure in questo suo affiorare di pensieri emerge qualcosa di più profondo, forse difficile da spiegare ma molto più semplice da provare: una sorta di familiarità nelle sue parole, come il caldo abbraccio di qualcuno che ti comprende e ti rassicura, o forse meglio paragonarla ad una ricca galleria d’arte con opere che a tratti possono sembrare fuorvianti, ma che al centro hanno un tema a cui tutte vengono ricondotte, ossia la semplice quotidianità che ciascuno di noi vive ed esperisce. La ragazza ci parla dell’“odore che ha il prato la mattina presto”, “del sapore che hanno le sigarette che accende per noia”, delle espressioni di sua madre, “di tutti i giochi che inventano i figli unici”, dei pensieri che ha la notte quando non riesce a dormire, ma lo fa con una naturalezza e una spontaneità tali da renderla solo un prestanome per una coscienza condivisa da tutte le altre donne. Valentina ci presenta il mondo visto con gli occhi di una ragazza che diventa una sorta di portavoce dei pensieri delle più giovani, ancora felicemente e nostalgicamente legate alla loro infanzia che, anche se sta ormai giungendo al proprio tramonto, fa capolino all’alba di un’età più matura, in cui si trova ancora un flebile ma piacevole diletto nello “slalom con gli occhi tra le linee tratteggiate in autostrada”, nel “pavimento di marmo come scacchiera” o nelle “forme delle nuvole”.

Vincitore Pezzimenti Lorenzo, Istituto Einaudi, racconto “Ofelia”      

Anche se non mette note personali, riassume e interpreta bene il racconto.

Nel racconto in questione, dal titolo Ofelia, la voce narrante è quella di una ragazza che  ripercorre a ritroso con la memoria le ‘fotografie della mente’ di sua nonna materna Ofelia, che non c’è più.  La scelta dei ricordi mostra originalità. Si esce totalmente dai luoghi comuni della nonna classica, poiché la nipote evidenzia come in una caricatura – non di scherno ma di orgoglio – gli aspetti più e meno bizzarri della donna: dall’esigenza di infiorettare il suo parlare con termini francesi – pur non essendo mai stata in Francia – alla più estrema delle sue azioni di comunicazione, cioè quella di intimorire il fidanzato, che non aveva neanche mai baciato, minacciando di gettarsi dall’alto di un condominio se non le avesse chiesto di sposarlo.  Anche se la nipote non lo dice apertamente, si evince la sua soddisfazione nell’avere nei propri geni quelli di una nonna ‘fuori dagli schemi’,  a cui sentirsi vicina e  solidale anche negli aspetti negativi di una fisicità che le accomunava: essere delle “lungagnone”. Il ricordo di Ofelia funge da insegnamento, ci ricorda che è possibile affrontare i momenti più o meno bui della vita in maniera positiva e, per quanto possibile, con la leggerezza che se somatizzata porta a risvolti positivi nelle vicende a noi ostili. È questo il ricordo più importante che Anna ha di sua nonna: lo spirito con cui Ofelia affrontava la vita, che ha reso possibile che quest’ultima continui a “vivere” nella vita della nipote, poggiandole una mano sulla spalla quando ne avrà bisogno, tramite il ricordo leggero e spensierato di qualcuno che, in qualche modo, rimarrà sempre con lei.

Vincitrice Russo Concetta Pacinotti, racconto “Crisantemi”

Mette in relazione la fioraia del racconto all’estetista del proprio indirizzo di studio. molto personale e ben strutturato.

Adelaide Ciafrocchi fa la fioraia, vende i fiori al Verano. Mentre si reca a lavoro, vede un manifesto con una ragazza americana in accappatoio che sorride, con sotto scritta la domanda “a chi devo dire grazie?”. Anche la protagonista, nel vedere il cartellone, si pone la stessa domanda e inizia a pensare che, al di là di alcuni uomini da dimenticare (Oreste, Nello, Amleto), la sua gratitudine deve essere rivolta ai crisantemi. È grazie a loro che lei riesce a vivere e ad avere una vita decorosa, nonostante siano comunemente associati al lutto e alla morte.Il mio indirizzo di studio vive sulle convenzioni che riguardano la bellezza e il benessere; dire ciò che è brutto o no è importante ma rimane comunque un qualcosa di costruito da noi esseri umani, un po’ come l’associazione fra i crisantemi e la morte. La protagonista si chiede cosa sia importante per lei e così come per lei è importante il mondo dei fiori e dei crisantemi, che vengono comprati per il loro significato, così per me è importante il mondo dei cosmetici, dei saloni di bellezza, degli smalti e delle acconciature, che mi danno da vivere per il significato che la cultura comune attribuisce loro. Riflettere su queste cose è fondamentale per svolgere un lavoro con consapevolezza, motivazione, ma anche leggerezza . Il confronto con altre culture, poi, come l’incontro con la signora inglese per Adelaide, ci aiuta a rompere queste convenzioni e a vedere come il nostro mondo importante sia anche un po’ costruito. Questo non toglie la bellezza del lavoro di una fioraia o di una estetista, ma impedisce che i significati che attribuiamo a un fiore o a un rossetto diventino l’unico motivo di vita, perdendo così contatto con le motivazioni più profonde come stare vicino a chi piange un lutto quando si comprano dei crisantemi o la gioia di incontrare qualcuno a cui vogliamo bene quando ci facciamo belli.

Segnalata Di Pace Anna, Forteguerri 4B, “Ofelia”

L’unica cosa che davvero possiamo tentare di fare è scegliere con cura uno di questi racconti e, facendo ben aderire il nostro carattere con esso, proiettarci dentro. Proprio come io ho fatto con Anna, la nipote della misteriosa Ofelia. Sicuramente sarà il nome, mi sono detta. Di certo non può essere solo questo. C’era infatti fra quelle pagine un profumo che conosco bene: l’inequivocabile odore della casa di mia nonna. Quindi, senza dimenticare che stavo ancora passeggiando sul territorio delle interpretazioni di Monica Vitti, ho rivolto il mio specchio verso Anna e in lei ho scorto la stessa nostalgia per una persona di cui portiamo una gran riconoscenza, ma della quale non abbiamo mai compreso a pieno la verità.


Recensioni ai racconti di
Francesca Marciano

Vincitrice Fabbri Giulia, Liceo Mantellate Scientifico, “Chi nella vita non è mai caduto in tentazione”  

Buona l’interpretazione, anche simbolica, e la scrittura.

Che cos’è una tentazione? Come e perché siamo tentati? Vi si può resistere? Questi ed altri interrogativi mi hanno accompagnata nella lettura del racconto “La ragazza”, tratto da “Animal Spirit” di Francesca Marciano, edito da Mondadori nel 2021. Ada, è questo il nome della protagonista, da giovane non riesce a resistere alla tentazione della droga, da cui viene inizialmente attratta e poi totalmente travolta, al punto che la prima parte della sua vita ne è completamente segnata: trascorrerà, infatti, molto tempo in una comunità di recupero nel tentativo di uscire da questo terribile tunnel. Ada, da spirito libero quale è, decide infatti di accettare la vaga proposta di lavoro fattale da uno sconosciuto che le aveva offerto un passaggio per tornare a casa. Così esce dalla sua famiglia per entrare di colpo in un’altra, quella del circo presso cui l’uomo – Andor è il suo nome – fa l’incantatore di serpenti. Ada diventa la sua assistente e resta a dir poco ammaliata da questi animali, con cui instaura in poco tempo un rapporto quasi morboso, forse per la loro natura attrattiva o forse per la sua disposizione a cadere in tentazione. Il serpente, infatti, è nell’immaginario cristiano il simbolo del male: basti pensare alla storia di Adamo ed Eva che cade nell’inganno dell’animale, ritenuto per questo l’emblema di Satana. Il serpente, però, rivela anche un forte legame con la vita, poiché emerge dalle viscere della stessa madre terra. L’incontro inaspettato con questo animale segna per Ada il passaggio dalla giovinezza alla maturità: come lei riesce a domare i serpenti, così riesce a poco a poco a domare le passioni, a imporre un limite alle tentazioni. Cambiare è possibile, cadere anche, ma alla fine ciò che conta è far tesoro dei propri errori e da questi ripartire per crescere e costruire una nuova vita. Questo il patrimonio di insegnamenti che Ada mi ha lasciato.

Vincitore Gerace Roberto, “Potrebbero esserci spargimenti di sangue” 

Intreccia in modo assai efficace il sunto della trama con le considerazioni interpretative che ne colgono bene i significati.

Roma non vende catabasi posticce: Diana comincia a guardare insieme con curiosità e inquietudine agli assembramenti di gabbiani che le impediscono di godersi la vista dal balcone su Piazza Navona; abbandonati gli strati archeologici sepolti, il suo interesse si sposta verso il traffico di forme viventi che imperversano nel cielo. Com’è possibile che una città intera sia preda delle “invasioni barbariche” di questi uccelli? Davvero non è possibile scacciarli, come sostiene il padrone di casa? È per rispondere a queste domande che Diana incontra Ivo, il falconiere, e Queen, il falco per cui svilupperà una piccola ossessione. Già a partire dal nome, Queen rappresenta tutto ciò che Diana non può essere: un individuo addestrato a lottare per conquistarsi il proprio spazio, che non ha paura di mordere alla giugulare i suoi rivali. A impedirle di farsi regina del proprio destino non è un incidente d’auto, come nel caso della Lady passata alle cronache, ma la malattia insinuante dell’immobilismo, del compromesso con le proprie debolezze.

Segnalata Argentino Beatrice, “La Ragazza”

“La ragazza” è uno dei sei racconti presenti all’interno di “Animal Spirit” la cui autrice è Francesca Marciano. Un racconto fresco e innovativo, caratterizzato dalla presenza di un animale un po’ inconsueto: il serpente. Infatti tutti e sei i racconti sono delineati da una presenza animalesca, quando un pigro gatto sempre pronto a nascondersi nei posti più celati della casa, quando un cagnolino che solo grazie alla sua presenza riesce a regalare serenità anche ai cuori più freddi. Un rapporto quasi malato è percepibile, invece, tra la protagonista, Ada, e il pitone albino di Burma. Attraverso uno stile cinematografico Marciano descrive le sensazioni elettriche provate dalla protagonista quando il suo corpo entrava in contatto con le gelide squame del serpente, nel mezzo del palco, circondata da molte famiglie felici, lei era lì insieme ai serpenti. Fin dal primo momento Ada si mostra entusiasta di lavorare con questi animali, il solo tocco scatena una scintilla dentro Ada, dentro di lei qualcosa si è mosso, da quel momento nulla sarà più come prima.

Segnalata Di Fede Chiara Istrituto Einaudi, “Potrebbero accadere cose terribili”       

Una storia d’amore e di intrighi,  ricca di colpi di scena,  che riesce ad entrare prepotentemente nel cuore del lettore quella fra Emilia e Sandro, protagonisti di una fatale adulterina attrazione  che si rivelerà, in un certo senso, ‘letale’, poiché foriera di sofferenza e lacerazioni, non solo per i protagonisti ma anche per i loro affetti più cari.  Il legame che unisce  i due amanti, infatti, avvinti da leggerezza e spensieratezza, si intreccia con la triste storia di tre bambine che  subiscono, loro malgrado,  gli errori dei grandi, riuscendo, però, con coraggio, seppur trafitte da un dolore lancinante, immenso, a ‘scavalcarne’ la maturità.   Il complicato rapporto tra Emilia e Sandro riesce a mettere, infatti, a repentaglio  l’amore incondizionato che un genitore dovrebbe provare  per un figlio, segnando così in profondità la sensibilità delle tre neoadolescenti, vittime di esclusione e dimenticanza. Questo bellissimo racconto insegna a non dare mai niente per scontato: Quante volte ci capita di dare per scontata la nostra routine e ciò che abbiamo? Quante volte scappiamo di fronte ai problemi per paura di affrontarli e risolverli?  Con un linguaggio familiare, comune, ‘amico’, che attinge alla realtà e che realisticamente ‘varia’ lungo la narrazione, a seconda delle ‘voci’, adulte o adolescenti ( prevalenti soprattutto nella parte finale del racconto), Francesca Marciano cattura il lettore, offrendogli molti spunti di riflessione di fronte a quella che può rivelarsi una realtà illusoria e, talvolta, crudele.  In fondo <<quante cose terribili ci possono accadere nello spazio di un respiro>> ?

Segnalato Mancuso Daniele, Istituto Capitini, “Seconda chiamata”

“Seconda chiamata” è il titolo del racconto che ha scosso maggiormente la mia sensibilità e l’ho preferito perché smuove le mie emozioni, stordisce le mie convinzioni e vibrando corde nascoste della mia coscienza riecheggia e riaffiora come se l’avessi appena letto. Un regista torna a Roma dopo più di venticinque anni e incontra per caso la donna che da giovane era stata la causa dell’incidente stradale che aveva scaturito la morte di sua sorella. Un incontro puramente fortuito e indesiderato da entrambi che riapre una ferita mai rimarginata ma che porta i due a confrontarsi e ad avvicinarsi per cercare di alleviare quel dolore che li ha uniti sebbene in modo differente. Questo racconto malinconico ci mostra che spesso esistono più vittime e nessun colpevole, ci insegna che forse fuggire, come avevano fatto Julian, il regista e la sua famiglia non è la soluzione. Assistiamo quindi a una storia di trasformazione e maturazione in cui i due protagonisti imparano ad accettare il dolore e a conviverci,

Segnalata: Ricci Alessia, Liceo Artistico,  intero libro 

Il libro comprende sei racconti e sono, come anticipa il titolo, attraversati dalla presenza animale come gabbiani, serpenti, falchi, alci e cagnolini. Anche se le storie sono completamente separate tra loro, sono accomunate proprio da questo spirito animale, selvaggio, dallo spirito di libertà. In tutti i racconti notiamo che i protagonisti scappano, o cercano di reprimere un sentimento negativo. L’autrice li porta a tuffarsi in avventure inaspettate come unirsi ad un gruppo di circensi, o ad accompagnare un ex, su l’orlo di una crisi psicotica, in mezzo al deserto in New Mexico. anche se il libro non mi ha fatto impazzire mi è piaciuta molto la capacità che ha di trasportarti in un’altra dimensione con le descrizioni sia dei personaggi che dei luoghi. La narrazione è molto accurata ma non appesantisce ili racconto, come spesso succede, e rende la lettura molto scorrevole. Nonostante questa attenzione per le descrizioni e i dettagli, secondo me, questo libro non è tra i meglio riusciti, le storie le ho trovate un po’ banali e prive di significato (una l’ho trovata addirittura terrificante) e una volta finito non mi ha lasciato niente.


Recensioni ai racconti di
Giuseppe Zucco

Vincitrice Calcagna Andrea, Liceo Forteguerri, “La Pietanza”   

La recensione muove dall’interpretazione dell’epigrafe al racconto, un verso di Cino da Pistoia, sviluppando in modo eccellente l’analisi tematica.

Non a caso, nella canzone Quando pur veggio che si volta il sole, di Cino da Pistoia, la parola Pietanza rima con speranza (v. 13). Ed anche nel verso citato da Zucco (mi movo e cerco di trovar Pietanza) questa parola è messa in relazione con l’idea della ricerca, del movimento, della tensione verso qualcosa. Insomma, questo racconto ci mette di fronte ad una questione fondamentale, che forse è la vera domanda che guida ogni riflessione sull’agire umano: cosa dobbiamo cercare? E, sottinteso, cosa ci può donare salvezza ?La pietanza, l’unione della compassione e della sostanza, la pietanza, la compassione totale e salvifica verso gli altri e verso noi stessi. Non sono pochi, dunque, gli spunti di riflessione che ci propone questo racconto, ed interessano soprattutto il nostro tempo, in cui si vive sempre più tragicamente la crisi della viva e vera relazione umana. Lo sguardo dell’autore sulla realtà è disincantato, e non nega la natura quasi surreale del mondo in cui viviamo, ma ci invita a cercare l’essenziale nell’atto di compassione che può tenere in vita l’amore.

Vincitrice: D’Onofrio Ilenia, Liceo Artistico        

La recensione individua molto bene le caratteristiche comuni ai racconti e le motivazioni del titolo, I poteri forti.

Cinque lunghi racconti, ambientati in città senza nome, eppure così familiari. Non c’è un tempo, non ci sono nomi, non ci sono confini geografici. Gli stessi protagonisti senza generalità sembrano essere ignari. Solo i poteri forti riescono a tracciare per loro un sentiero; poteri generati da un desiderio ossessivo: il sesso, il cibo, la volontà di suicidarsi . Cinque racconti, legati da una dualità. In ogni racconto un uomo e una donna, il cielo e il cemento, la vita e la morte, il sonno e il sogno, il putridume e le gote rosse di una ragazza, la luce e il buio, la coscienza e l’incoscienza. Si tratta di forte una complementarità. Per conoscere noi stessi dobbiamo spingerci fin nel profondo, i veri poteri forti che ci spingono a compiere ogni passo. E che cosa sono questi poteri forti se non la forza che spinge l’azione dell’uomo? I nostri desideri, passioni, sentimenti; crediamo di possederli quando in realtà essi possiedono noi, come se dentro di noi ci fosse una parte oscura che ci guida

Vincitrice Gori Ginevra, Istituto Capitini,  “Quarant’anni”

L’interpretazione dei racconti coglie molto bene la qualità dello stile e  l’aspetto essenziale  dei temi, spiegando il fascino che ne subisce il lettore.

Giuseppe Zucco nei suoi scritti riesce a creare un’atmosfera tesa e nervosa avvalendosi di un immaginifico capace di creare scenari unici che, per quanto straordinari, reggono coerentemente dall’inizio alla fine, universi legati dal filo invisibile dei poteri forti; ed è così che l’autore ci fa immergere in cinque racconti di relazioni, passioni, insoddisfazioni, frustrazioni, forze che guidano l’uomo. In questa raccolta l’autore scava profondamente l’animo umano, perché i poteri forti muovono le azioni dei protagonisti che quasi mai sembrano scelte, sono stordimento che spinge allo straniamento dalla propria vita attraverso un marito che si ritrova estraneo di fronte all’orribile risata della moglie; la vinta tentazione di aprire una porta circolo di una fame insaziabile; due adolescenti che fanno della morte di migliaia di migranti il pretesto per innamorarsi. L’universo surreale di Zucco non impedisce al lettore di empatizzare con i personaggi che sono senza nome perché rappresentano quell’apparente bisogno di ciascuno di uccidere i propri mostri che si traduce nella consapevolezza che con i nostri mostri occorre convivere.

Vincitrice Mannelli Lavinia, “In branco sondarono i fondali”    

L’interpretazione dei racconti è sostenuta da una serie di riferimenti culturali  che consentono di cogliere la qualità della narrazione, il suo effetto sul lettore, le sue matrici nella tradizione del Novecento italiano.

Nel suo celebre saggio del 1919, Das Unheimliche, Sigmund Freud sostiene che “perturbante” è quella sorta di spaventoso che proviamo di fronte al ritorno inaspettato di un oggetto familiare del passato che credevamo rimosso o superato. Quando assistiamo al ritorno di un complesso infantile rimosso (come quello di castrazione) o a certe credenze primitive che credevamo di avere superato grazie all’esercizio della ragione (come, per esempio, quelle animistiche), ecco che quel contenuto inconscio si presenta a noi capovolto di segno, non più familiare e noto ma sinistro: unheimliche, appunto. I poteri forti di Giuseppe Zucco, il racconto che dà il titolo alla raccolta (NNEditore, 2021), oscilla tra il domestico e l’insolito, la realtà percepita fino ad allora dal personaggio principale e il rimosso (sociale, più che personale) che ne determina lo stravolgimento. Si tratta di un’oscillazione continua e, tuttavia, quasi mai propriamente perturbante perché il trauma, se c’è, conosce diversi livelli e gradazioni e non è mai interamente accolto: accade un giorno, a scuola, in seguito alla scelta di una Preside, ma avviene anche ogni giorno, ogni istante, in maniera impercepibile e sotterranea, ogni qualvolta il protagonista si trova a fare i conti con sé stesso, la ragazza di cui si innamora e il proprio spazio privato di studente liceale. Tra il sogno e la veglia, tornano ossessive le immagini e i video realistici di mondi alternativi e distanti – o percepiti come tali: i migranti, i pestaggi, le scene di un videogioco o di un porno, le gif e le emoticon stranianti.Nell’immagine conclusiva del racconto, quella piccola frase perfetta (In branco sondarono i fondali, ivi) fa venire in mente le visioni di Anna Maria Ortese, Tommaso Landolfi e Massimo Bontempelli e ci ricorda che la realtà può sempre essere lacerata (o, meglio, che non è mai rassicurante né governabile).Nell’immagine conclusiva del racconto, quella piccola frase perfetta (In branco sondarono i fondali, ivi) fa venire in mente le visioni di Anna Maria Ortese, Tommaso Landolfi e Massimo Bontempelli e ci ricorda che la realtà può sempre essere lacerata (o, meglio, che non è mai rassicurante né governabile).

Segnalata: Moncini Erica, Liceo Savoia, “Giuditta”   

Il dettaglio che mi è piaciuto maggiormente di questo libro è la scelta dell’autore di non dare un nome ai personaggi. Ho interpretato questa scelta come un modo di generalizzare le storie, così che più persone possano ritrovarsi e sentirsi parte di esse. Personalmente questa decisione mi è servita anche per non dare etichette e non crearmi aspettative sulle scelte e sulle personalità che ho incontrato leggendo. Io credo che sia normale, in quanto esseri umani, farsi idee su cose e persone che poi si rivelano sbagliate. La storia in cui mi sono ritrovata maggiormente è “Giuditta” perché condivido pienamente l’idea che il protagonista ha dell’arte e per il suo modo di reagire alle difficoltà nei rapporti. La mia idea sull’arte è la stessa del protagonista. Mi rendo conto che possa sembrare superficiale e quasi cattivo esprimere un tale giudizio su lavori in cui gli artisti hanno espresso loro stessi, ma personalmente l’ipocrisia di cui parla il protagonista non è nei quadri ma nell’atteggiamento che le persone hanno verso di essi. Con questo intendo dire che elogiare la bravura dell’artista nel dipingere è giusto, ma non è corretto il fatto che ogni persona possa criticare un quadro in base a come lo vede. Questo perché se anche la persona in questione è un critico d’arte avrà sempre una sua personale esperienza che andrà ad intaccare in qualche modo la visione che hanno gli altri del dipinto.

Segnalato Baroncelli Niccolò, Istituto Pacinotti, ” La Pietanza”

Il messaggio che sembra passare è che, anche se il peggiore dei criminali desse segno di redenzione e desiderasse aiutare qualcuno, questo gesto d’amore verrebbe senz’altro inghiottito dagli egoismi altrui. La sensazione che lascia questo racconto è di inquietudine e di conflitto, come se alla sofferenza attuale del mondo non vi sia rimedio e, anzi, sia destinata a peggiorare. In questo sembra davvero che il racconto sia ben costruito (la suspense, i personaggi, le loro caratteristiche, i loro comportamenti), tutto sembra concorrere a creare attese e speranze che vengono puntualmente deluse da imprevisti apparentemente incomprensibili, come il finale quasi disgustoso. In realtà la riflessione che lascia è molto attuale e sembra quasi che chieda a me lettore il compito di cambiare copione, di dare un contributo diverso a un vortice di sofferenza, scorrettezza e morte che sembra inarrestabile nella nostra società.  Anche se questo può non bastare, tuttavia risulta l’unica strada percorribile alla luce del racconto e dello stile dell’autore, con il quale si è così tanto coinvolti dal sentirsi in dovere di dare un contributo concreto allo svolgimento delle trame profonde della vicenda.

Segnalata: Sica Martina, Liceo Scientifico Mantellate, “Giuditta”

Giuditta, primo dei racconti del libro I poteri forti di Giuseppe Zucco, è una storia che tiene incollati alle pagine dalla prima all’ultima parola. Ha un ritmo così serrato che mentre si legge sembra di avere in testa una grancassa che scandisce il tempo. Ma come riesce Zucco a ottenere tale effetto? Ciò che colpisce subito è senz’altro la scelta, ben pensata, di non riportare mai i discorsi diretti nel modo tradizionale insegnato a scuola; le virgolette, i trattini e i caporali vengono banditi per non spezzare il ritmo della storia e lasciano spazio alla ripetizione continua di “disse lui” e “disse lei”.L’autore conosce l’indole umana e descrive talmente bene le situazioni da far provare al lettore un senso di fastidio. “Nulla gli causava più ribrezzo dell’arte” è una frase che porta subito ad alzare gli occhi al cielo scocciati: “Ecco – pensa chi legge – il solito alternativo. L’intellettuale che pensa di sapere tutto e invece non capisce un tubo”. Invece, quest’uomo senza nome, protagonista del racconto, capisce eccome e fa sentire sporchi, colpevoli, insulsi: “Ma se l’arte […] elevava gli animi e toccava i cuori […] perché poi la gente uscendo dalle mostre non dava segno di cambiamento e continuava a essere vile, rancorosa e fratricida?”.

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