Premio Letterario
Internazionale Ceppo Pistoia

12 Ottobre 2021

CEPPO REGIONE TOSCANA LECTURE 2022-2020

a cura di Paolo Fabrizio Iacuzzi

SULLA MALINCONIA, LE PAURE, L’INFANZIA E ALTRE STORIE

di Georgi Gospodinov

Premio Ceppo Internazionale Racconto 2021


CRISI (prologo)

Signore e signori, il testo che ascolterete tra poco è stato scritto alla vigilia di una pandemia. I libri, grazie ai quali mi è stato concesso l’onore di questo premio, sono pure stati scritti nell’immediata vigilia di quello che è successo. Noi siamo sempre alla vigilia di una qualche crisi. Sapete che il significato della parola “crisi” è quello di rovesciamento, trasformazione. Sappiamo anche che i nostri libri sono più saggi di noi stessi. Leggo ora con data retroattiva i titoli dei miei ultimi libri.

E tutto divenne luna, questo è il titolo della raccolta di racconti il cui tema fondamentale è la sensazione di una qualche fine e di una particolare apocalissi. Una apocalissi che è un fatto molto personale. Una apocalissi personale e quotidiana. Come quella che abbiamo vissuto nei primi giorni della pandemia.

L’ultima mia raccolta di racconti, più vicina al momento dell’assegnazione del premio Ceppo, è uscita in Italia proprio all’inizio della pandemia. Si è scontrata con il contenimento e la quarantena, ma è riuscita ad arrivare alla riapertura delle librerie. Pensavo a lei come ad una persona viva. Il suo titolo è, né di più, né di meno Tutti i nostri corpi. (Qualcuno con un buon senso dell’umorismo aveva scritto “Tutti i nostri anticorpi”). Nel tempo in cui tutti i nostri corpi erano rinchiusi nelle rispettive stanze, soltanto i libri potevano viaggiare. Mentre io rimanevo in una casa a Berlino (è lì che la pandemia mi ha sorpreso), tutti i nostri corpi delle mie storie stavano entrando in diverse case italiane. Ricevetti lettere e i più cari apprezzamenti. Sì, le nostre storie sono vive e hanno corpi. E si avverava quello in cui avevo sempre creduto: le storie salvano. Quello che Sheherazade sapeva, nel raccontare le sue storie ogni notte e guadagnando un giorno dopo l’altro, lo abbiamo provato noi stessi. Quello che Boccaccio fa nel Decamerone, descrivendo lo scambio di storie durante la peste, è capitato anche a noi. La letteratura non è solo invenzione. Lo scambio di storie è terapeutico e salvifico, vaccino e medicina. Qualcuno aveva detto da qualche parte che gli scrittori costituiscono un sistema di precoce preavvertimento. Un altro, se non mi tradisce la memoria, sosteneva che gli scrittori sono come le oche che salvarono Roma. Può non sembrare particolarmente carino paragonare gli scrittori ad oche, ma comunque chiunque di noi scriva, scrive con una delle penne di quelle oche che salvarono Roma. Mi permetto di leggervi una delle storie superbrevi di “Tutti i nostri corpi”. E’ intitolata Errore:    

Lei ha cinque anni. Ha schierato per terra tutti i suoi animali di peluche e chiede loro: “Come state oggi, ragazzi?”.
Poi si mette dietro di loro e risponde: “Meglio di domani…”
Si sarà sbagliata, penso dall’altra stanza. Di solito noi diciamo: “Meglio di ieri”. “Meglio di domani” presuppone, come posso dire, un grado superiore di allarme. Ma quand’è che un errore diventa un segnale?

Sì, talvolta i segnali si nascondono tra le parole di un bambino.

Signore e signori, nell’ultimo anno e mezzo di vita della pandemia è come se nel tempo qualcosa si sia inceppato, le direzioni si sono capovolte e il passato e il futuro si sono scambiati i posti. Oso dire che questa sensazione di crisi e di inceppamento del tempo alitava nell’aria ancor prima che accadesse tutto. Qualche anno fa mi sono messo a scrivere il mio ultimo romanzo Cronorifugio con l’inquietante sensazione che il presente non è più la nostra casa. Una inquietante sensazione di futuro abolito. Se il futuro fosse un aereo e noi fossimo in aeroporto, sul tabellone ci sarebbe scritto “Future cancelled”. Oppure, in maniera un po’ più consolatoria “Future delayed”. Cosa si deve fare in tempi angosciosi come il nostro, quando il presente è sconfortante e il futuro è assente? Si cambia la direzione e si prova a vivere nel passato. Nel romanzo Cronorifugio si parla proprio di tempi di disgregazione del genere e di afflusso di passato che arriva come un diluvio. Uno dei capitoli si apre con le frasi seguenti: “E allora il passato ha iniziato a conquistare il mondo… Si trasmetteva da uomo a uomo come un’epidemia, come la peste di Giustiniano o l’influenza spagnola. (…) Il contagio si era diffuso ovunque…” Il romanzo, che narra del virus del passato, fu finito un mese prima che comparissero i primi comunicati sul nuovo virus. Non si tratta di profezia e di cose simili. Semplicemente c’era nell’aria l’allarme e il presentimento della crisi che erano in attesa di essere raccontati. Niente di più e niente di meno. Nel romanzo si parla della ricerca di un rifugio nel tempo, dato che i rifugi nello spazio non sono più in grado di esserci d’aiuto. Se distruggiamo lo spazio intorno a noi, l’unico rifugio verso il quale correre è quello del passato. Per questo Gaustin nel romanzo costruisce le sue “cliniche del passato”. Ma il passato è un discreto mostro. Quelli che scendono nel suo regno sotterraneo, di rado riescono ad uscirne. Specialmente se questo scendere nel passato è intrapreso da interi stati.

Alla fine di questo prologo, prima di passare al testo scritto in precedenza, lasciatemi dire qualcosa di rasserenante. La consolazione che ci dà la letteratura è che, presto o tardi, ogni pestilenza passa e si trasforma in un libro o in una storia. E questi libri o storie di nuovo ci aiutano a sopravvivere anche alle pesti e alle crisi attuali, nelle quali siamo sprofondati. La letteratura è salvifica.

Passiamo ora al testo preparato prima della pandemia nel quale, in modo profetico o no, ho scelto di parlare proprio delle paure e della malinconia che possono essere anche fonte di salvezza e di creatività.

(2022, traduzione di Giuseppe Dell’Agata)

Sono stato invitato qui a tenere una breve lezione per il Premio Internazionale Ceppo, a dire qualche parola sulle parole di cui sono fatti i miei libri. A volte penso di essere fatto a mia volta di parole, che tutti noi siamo crogiuoli di parole, depositi di parole, arnie mobili di parole che ci ronzano dentro. Se ci prendiamo una piccola libertà, parafrasando leggermente l’Ecclesiaste, potremmo dire: “Per ogni cosa c’è la sua parola. Parole per amare e parole per odiare, parole per la guerra e parole per la pace… E per ogni parola un tempo”. Si suppone che io, dal momento che sono qui, sappia qualcosa in più sull’uomo e sulla letteratura. Voglio subito smentire un simile assunto. Parlerò piuttosto dal pulpito della mia insicurezza. Finora ho scritto oltre quindici libri. Davvero tanti per una persona come me, che ama stare in solitudine e senza far nulla nel pomeriggio di una stanza o andare a zonzo per le strade di città sconosciute. Ho scritto poesia, racconti, romanzi, pièce teatrali, una graphic novel e persino un libretto d’opera. Sono stato redattore, a volte penso di aver letto più manoscritti che libri, ho tenuto corsi di scrittura… E avendo fatto tutto questo posso dire chiaramente: non diventa mai più facile. Ogni volta ricominci da capo con tutti i tuoi dubbi e le tue paure.

La prima parola, quella con cui inizierò, è la parola “paura”. Quando avevo 6 o 7 anni ebbi un incubo. Sognai mia madre, mio padre e mio fratello in fondo a un pozzo, immersi nell’acqua fino alla vita, bloccati là dentro. Le loro voci mi arrivano come attraverso un imbuto. Mi sento la persona più sola al mondo. Abbandonato da tutti. Salvo, fuori dal pozzo, ma assolutamente solo. Il pianto è doppio: uno per mia madre, mio padre e mio fratello condannati laggiù in fondo, e uno per me, condannato a un’eterna solitudine, fuori dal pozzo. Sì, i bambini hanno un sapere segreto della solitudine, della morte e di tutti i grandi interrogativi, anche se ancora non ne conoscono le parole. Quando imparano le parole, perdono il sapere. Questo è il prezzo. Così era il mio sogno: i miei cari in fondo a un pozzo, io nel doppio fondo dell’orrore di essere salvo e di essere solo, senza di loro, e perfino abbandonato da loro – ammetto di averlo pensato. A quel tempo vivevo con mia nonna in campagna e lei era l’unica persona a cui potessi raccontarlo. Mi ricordo con chiarezza che mi fermò alla prima parola e mi disse che i sogni paurosi non si raccontano perché prendono vita, credo abbia detto “si riempiono di sangue”. La notte seguente l’incubo si ripeté. Non potevo né raccontarlo, né continuare a tacere. E allora mi venne in mente l’idea salvifica di scriverlo. Strappai di nascosto un foglio dal taccuino di mio nonno e lo scrissi come potei con quelle lettere che avevo appena imparato. Ecco che all’inizio della scrittura oltre alla paura c’è anche il peccato. Così quel sogno generò due cose: la mia insonnia e i miei timidi tentativi di scrittura. L’incubo non raccontato fu la prima cosa che scrissi. In realtà la parola precisa è “registrato”. E il miracolo avvenne. L’incubo non si ripeté più. Ma… non lo avrei neanche più dimenticato. La motivazione di quel bambino di sei anni e la mia di oggi, quasi cinquanta anni dopo, è la stessa. Scrivo perché ho paura: per me, per i miei cari, per le cose che scompariranno e che mi affretto a mettere in salvo nelle parole. La paura è ragione fondamentale per scrivere. E per salvare le cose con le parole.

Intanto con questa storia siamo già entrati in un modo o nell’altro nel tema dell’“infanzia”. L’infanzia è l’altro tema importante di tutti i miei libri fino a oggi. Ricordatevi che è l’unico tempo in cui ci hanno amato senza una ragione specifica. Per questo, come ho scritto in Romanzo naturale, l’infanzia è anche un tempo crudele, perché poi per tutta la vita vogliamo essere amati allo stesso modo, senza una ragione, per il semplice fatto di esistere. La cosa più importante che ho imparato dalla mia infanzia è la possibilità di scoprire delle meraviglie in ogni minuzia quotidiana: un albero, una foglia, una stufa, un soldatino di piombo, un fiammifero… Devo questa scoperta a due persone: ad Andersen e a mia nonna. Certamente il mondo ha ormai perso la sua magicità, ma almeno mentre scrivo cerco di rientrare nella foresta incantata dell’infanzia. E poi quando siamo bambini guardiamo tutto da vicino, forse perché siamo alti quanto i tulipani e le rose in giardino, e per questo riusciamo a vedere ogni petalo della rosa, con lo scarabeo nella corolla, l’ape lì attorno… Tutte queste piccole cose erano e sono molto importanti, perlomeno per le storie che racconto.

I primi libri che ho pubblicato erano di poesia. Anche uno degli ultimi. E dunque lasciatemi dire una buona parola su questa officina della lingua: la “poesia”. Qualsiasi cosa si scriva, se si è passati per la poesia, l’esperienza resta per sempre. Ho sempre avuto la sensazione di contrabbandare la poesia nei miei romanzi. Alcuni critici hanno scovato questa presenza poetica tanto in Romanzo naturale e in Fisica della malinconia, quanto nei miei libri di racconti tradotti in italiano.

Un certo numero di scrittori afferma che, appena si mette a scrivere, sa già tutto dei personaggi, sa come procederà la storia e anche come finirà il romanzo, perfino la prima e l’ultima frase. Suona piuttosto deprimente per chi è della scuola di chi non sa, a cui io appartengo. Dovessi formulare qualcosa di simile a un consiglio, direi: non evitate l’“esitazione”, non ne abbiate timore, lasciate spazio ai vostri dubbi. Trovo che esitare sia la condizione più naturale dell’uomo (e dello scrittore), segno certo di sensibilità, e questa è la cosa più importante. Dunque pronuncerei anche un elogio dell’esitazione. Non mi fido molto delle persone che hanno tutte le risposte, che conoscono tutte le mosse, e che non hanno mai dubbi su quello che fanno. Trovo sempre sospetta la categoricità. In fin dei conti lavoriamo con una materia talmente delicata, sfuggente e ambigua come la lingua. A proposito, una delle epigrafi di Romanzo naturale afferma: “Vorrei che qualcuno dicesse: questo è un bel romanzo perché è tessuto di dubbi.” Era il mio primo romanzo e scrivendolo ero assolutamente libero, non perché sapessi come fare, neanche per idea, al contrario. Era il mio primo tentativo e avevo diritto a un insuccesso. È un diritto molto importante e, se scrivete, usatelo senza timore. Tutto questo mestiere è in effetti un continuo muoversi sull’orlo dell’insuccesso.

Ora vi pregherei di dire ad alta voce o sommessamente una parola bulgara, la parola è breve: tăga. Ecco: Tă-ga. Sentite questo movimento in gola, quasi un tentativo di inghiottire qualcosa che non riuscite a pronunciare. Questa è la fonetica di tăga, la malinconia. “Malinconia” è la parola del titolo del romanzo che mi ha portato invece molta gioia in diverse parti del mondo e in particolare in Italia. Quando ho iniziato a scrivere questo romanzo pensavo che avrei parlato della mia personale malinconia bulgara, quella di alcune generazioni del XX secolo. Una malinconia legata all’accumulo di cose che non sono mai accadute. Apro una parentesi per dire che le cose mai accadute, a volte, nella nostra vita, sono più importanti di quelle accadute. Ciò che non è accaduto è anche tema di molte delle storie, dei racconti brevi che scrivo. La malinconia di per sé è molto difficile da raccontare, soprattutto in una cultura che non tollera sentimenti simili. Da nessuna parte si vedrà la pubblicità di una banca triste o di una Fiat triste, per esempio. Quando è uscito il libro, un amico mi disse: andava cambiato il titolo, nessuno comprerà un libro che si chiama Fisica della malinconia. Ma la malinconia è un sentimento molto umano che si può addomesticare e coccolare. Come? Raccontando storie. Mostrando curiosità per le storie altrui. Ognuno di noi, ma soprattutto lo scrittore, deve trasformarsi in un grande, sensibile orecchio umano che sa sentire la malinconia dell’altro. In fondo siamo qui per scambiarci qualche storia. Per cercare di consolare e farci consolare. Credo ancora che la buona letteratura faccia proprio questo.

Sono davvero lieto di essere stato invitato qui proprio per le storie che racconto. In italiano si possono trovare anche tre miei libri di racconti: … e altre storie, E tutto divenne luna e la recentissima nuova raccolta di racconti ultrabrevi Tutti i nostri corpi. Colgo qui l’occasione per ringraziare di cuore il mio traduttore e amico Giuseppe Dell’Agata e la splendida e instancabile Daniela Di Sora, presso la cui casa editrice Voland sono usciti finora tutti i miei libri. Vi ringrazio di aver portato i miei libri in Italia. Amo la parola e la definizione “storia” più del nome del genere letterario “racconto”. E come ho detto, la mia scrittura è cominciata con la storia di un sogno. Inoltre, le storie che ascoltavo da bambino hanno dato forma a questo interesse per la letteratura. Le storie sono più calde, conservano lo spirito di chi le ha raccontate, hanno memoria della sua voce. Possono uscire dai confini del genere, ramificarsi, non gliene importa molto, il loro stato di aggregazione è piuttosto liquido o gassoso, a differenza del racconto classico. (Tra l’altro, il romanzo Fisica della malinconia pullula di storie. E non a caso lì Gaustin, uno dei personaggi, dice: “Non credo nei generi puri. Il romanzo non è ariano”.) Voglio dirvi ancora che grazie alle storie sono riuscito a vedere e a conversare con molte persone nel mondo. Dopo il tempo passato in solitudine a scrivere, questo è il premio più grande per uno scrittore.

Alcuni degli incontri più emozionanti hanno avuto luogo proprio qui in Italia. Non dimenticherò mai gli incontri in piccole città come Sora in Ciociaria, Portoscuso in Sardegna, Rovereto e in tanti altri posti. E devo dire che in Toscana ho vissuto alcune delle mie esperienze letterarie più felici. Proprio qui, a Firenze, cinque anni fa la traduzione italiana di Fisica della malinconia è stata finalista al premio Gregor von Rezzori in un bellissimo festival che aveva radunato personaggi del cinema e della letteratura come Bernardo Bertolucci, Isabella Rossellini, Michael Cunningham e altri. Una decina d’anni fa fui invitato dal professor Dell’Agata, poc’anzi menzionato (un altro legame molto forte con la Toscana), a un incontro letterario all’Università di Pisa. La sera, dopo l’incontro, c’era la finale di Champions League, dove il Milan, se la memoria non m’inganna, divenne campione. Ovviamente tutti i giovani erano in strada, felici, non si poteva dormire in una sera come quella, il mio hotel era in pieno centro e non avevo modo di raggiungerlo. Allora andai a passeggiare in una zona più tranquilla di Pisa. Capitai in una piazzetta con alcuni giovani usciti a fare due chiacchiere al fresco verso mezzanotte. Non so esattamente perché, ma la scena mi parve estremamente familiare, e se qualcuno mi avesse chiesto in quel momento che cos’è la “felicità”, avrei indicato in silenzio quei ragazzi e ragazze intenti a chiacchierare. Invecchiare con i propri amici in una simile piazza, al ritmo dei silenzi seguiti dalle successive risate nelle inevitabili notti degli anni e della vecchiaia che arriveranno. Scrissi tutto questo in un saggio sull’Europa che si conclude con le parole: “Io la vedo così. Al mattino, svegliata dal suono delle campane, a sera, impegnata a chiacchierare con gli amici in una piazza di Pisa. I suoi mattini austro-ungarici, le sue notti italiane. La malinconia e l’attrazione verso di lei: bulgare”.

Cari amici del Premio Internazionale Ceppo, vi chiamo così anche se non ci conosciamo perché tutti quelli che leggono un libro sono parte di una comunità invisibile, dell’ordine dei lettori. Vi ringrazio della possibilità di stare insieme e di scambiarci storie in un mondo che sempre più urla e sempre meno ascolta. Fino a quando leggiamo un libro o ancora ci parliamo, la storia sarà sempre più forte dell’isteria.

(2020, traduzione di Alessandra Bertuccelli)

 

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