Premio Letterario
Internazionale Ceppo Pistoia

Jean-Charles Vegliante è il vincitore del Premio Ceppo Internazionale Poesia Piero Bigongiari, grazie alla Fondazione Cassa di Risparmio di Pistoia e Pescia. Premiazione 7 ottobre 2021.


Vegliante al 65° Premio Internazionale Ceppo – PROGRAMMA


Ceppo Piero Bigongiari Lecture – Thinking Poetry 2021
a cura di Paolo Fabrizio Iacuzzi

Vegliante tiene il 7 ottobre 2021 una lezione appositamente scritta per il Premio Internazionale Ceppo, Tradurre-scrivere senza tradir(si). La lecture è a cura di Paolo Fabrizio Iacuzzi, presidente e direttore del Premio Ceppo, e di Mia Lecomte, che l’ha tradotta.

Scritta in occasione del conferimento del Premio Ceppo Internazionale Poesia “Piero Bigongiari” 2021 e letta a Pistoia (Biblioteca San Giorgio del Comune di Pistoia) 7 ottobre.

Viene pubblicata come introduzione all’antologia di poesie di Jean-Charles Vegliante, Rauco in noi un linguaggio, traduzione e cura di Mia Lecomte, Interno Poesia, 2021.

Il volume è promosso dal 65° Premio Letterario Internazionale Ceppo Pistoia con il sostegno della Fondazione Cassa di Risparmio di Pistoia e Pescia.


Una poesia

Affiora a volte rauco in noi un linguaggio

d’un tempo, o meglio concordia finale

con i tristi che a terra o nell’aria

rifuggono gridando vanamente qualcosa

che nessuno comprende (neppure loro stessi) –

lì vibra l’orda da allora abolita… e si perde

di nuovo – lastu, merlé, paccod galleggiano

poi più niente, ombre e bestie silenziose

sono ripartite dal foro nel muro, le assi

del pavimento, il casolare cavo del cranio.

Un languore vi riposa come un’eco.


L’inizio della lezione

La traduzione, quasi scambio vivo con persone assenti o scomparse, lungo “le strade leggere dei morti / percorse da viventi leggeri come morti” (Bigongiari, Rogo), nel senso invece dell’essere tradotti, sarà senz’altro – secondo la chiara formula fortiniana – una valida “prova di resistenza dei materiali” per il testo di origine medesimo. Di qui, forse, la ragione primaria della reticenza che provano molti scrittori bilingui ad auto-tradurre se stessi. Viceversa, la riscoperta dei propri testi girati in lingua altra può essere l’occasione giusta per leggersi con l’occhio nuovo – o relativamente rinnovato – del lettore semplice, schietto, naïf, “rifatto sì come piante novelle” (Purg. XXXIII, 143) magari… Due sono allora, in sostanza, gli atteggiamenti di fronte al testo di destinazione: sia di gradita visita a un lontano parente, con la tentazione di andare a rivedersi il testo originale, per qualche possibile miglioria, sia di delusione e sùbita voglia di “correggere” la versione altra, giudicata imperfetta o addirittura errata. Si pensi ai due estremi di Kundera e Cabrera Infante rispetto ai loro traduttori. Oppure, con entrambe le opzioni, alla scrittura bilingue in proprio di Ungaretti. Tutto ciò, s’intende, amplificato se dall’uno all’altro testo ci sia stato anche passaggio da un sesso all’altro di chi ha scritto: come nel caso presente di Mia Lecomte – almeno per me, non banale.

Semplificando, molto, a partire dalla mia esperienza alquanto lunga e complessa, direi che cotali atteggiamenti sono da subito presenti nel processo di scrittura primaria e, a maggior ragione, quando esso abbia a che fare con una prassi già latamente traduttiva, o traduzione-scrittura che dir si voglia. Come, sia ammesso tra parentesi, in concreto quasi tutte le produzioni letterarie contemporanee, dal momento cosiddetto post-moderno in poi. La mia traduttrice, studiosa di letterature transnazionali, ne è, credo, convinta quanto e più di me. Ora, il pericolo, da un lato, sta nel moltiplicare le più svariate “varianti”, fino all’impossibilità di giungere in porto, licenziando alfine un testo “definitivo”; dall’altro, in quello di perdersi fra infinite correzioni e ripensamenti e riscritture fino a sprofondare nell’abisso senza fondo dell’illusione di equivalenza perfetta, o perfettamente adeguata all’idea pura di Testo in una lingua incorruttibile (la gramatica dantesca, la Reine Sprache benjaminiana). Il quale ideale, come una volta si pensava fossero i testi sacri, a cominciare dalla Bibbia, risulterebbe purtroppo non solo inarrivabile ma alla lettera intraducibile. Ed eccoci daccapo. Tradurre-scrivere rimane pur sempre opera di compromissione; tutto sta nel non trasformarla in tradimento.


La motivazione del Premio Ceppo scritta da Paolo Fabrizio Iacuzzi

(in arrivo)


Chi è Jean-Charles Vegliante

Jean-Charles Vegliante (Roma 1947) vive a Parigi. Già ordinario presso la Sorbonne Nouvelle (Paris3), è autore dell’ormai classico D’écrire la traduction (PSN,1996-2000). Ha tradotto La Commedia di Dante (Gallimard, 2012-14), le Canzoni di Leopardi (in collaborazione, 2014), Giovanni Pascoli, L’impensé la poésie (scelta con saggio, Mimésis, 2018). E inoltre D’Annunzio, Montale, e poeti del secondo dopoguerra come Fortini, Raboni, Amelia Rosselli, Mario Benedetti, De Signoribus…; e, in italiano, F. Ponge, Ph. Denis, F. Muir e altri. Una sua antologia della poesia italiana (con alcuni testi dialettali) esce a puntate sul sito «Recours au Poème». Ha pubblicato le raccolte Rien commun (Belin, 2000), Nel lutto della luce / Le deuil de lumière (Einaudi, 2004, trad. G. Raboni,), Urbanités (Lavoir Saint-Martin, 2015), Pensiero del niente (Stampa2009, 2016, trad. F. Piemontese), Où nul ne veut se tenir (Bruxelles, La Lettre volée, 2017, distinto dall’Académie française), Trois cahiers avec une chanson (Atelier du grand tétras, 2020) et Fragments de la chasse au trésor (Tarabuste, 2021, prosa con poesie e immagini).

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