“Piena” di Philippe Forest

PIENA_forest

Autore: Philippe Forest

Titolo: Piena

Editore: Fandango, 2018


Philippe Forest vincitore del 63 Premio Ceppo Internazionale Fiction Non Fiction

Jean Echenoz al 63° Premio Internazionale Ceppo


Premio Langue Française 2016 – Premio Franz Hessel 2016

Segnato da un lutto in un passato indefinito, un uomo decide di tornare nella città dove è nato e dove molti anni prima aveva vissuto. Ed eccoci così a seguire i passi del narratore per le strade di una metropoli che potrebbe essere Parigi: il suo quartiere è stato recentemente demolito – tutto è sventrato, è possibile vedere il suolo originario, toccarlo –, e ricostruito senza anima, spopolato.

Uno scenario tangibile, che però sembra insidiosamente disgregarsi, via via che il quartiere si svuota sempre di più, via via che spariscono, come per gli effetti di un’epidemia, i rari esseri che il narratore sfiora: un gatto, un’amante, uno scrittore che si crede un profeta. Attorno a lui i segni si moltiplicano.

La casa dove ha scelto di abitare gli sembra una casa infestata sperduta in una terra incerta. Presto sopraggiungerà un diluvio, possiamo immaginarlo come la celebre videoinstallazione di Bill Viola, un’esondazione, la desolazione. Forse tutto ciò non è che il riflesso, la metafora dell’anima di Forrest: l’andamento spettrale che ha preso il mondo dopo la perdita di sua figlia; il sentimento della perdita che non finisce: “Qualsiasi cosa si perda, si ha la strana sensazione di aver perso tutto con l’essere o l’oggetto che abbiamo perduto.

E ogni nuova trasgressione a quel vuoto non fa che reiterare quell’assenza”. Con ritegno e gravità infinita, il meditativo Piena avanza verso l’affermazione della certezza che, per quanto faccia e speri, l’uomo avanza verso il “grande nulla dove tutto finisce” ed ha, come unica consolazione, la speranza nell’“immensa mansuetudine del mondo”.

Segnato da un lutto in un passato indefinito, un uomo decide di tornare nella città dove è nato e dove molti anni prima aveva vissuto. Uno scenario tangibile, che però sembra insidiosamente disgregarsi, via via che il quartiere si svuota sempre di più, via via che spariscono, come per gli effetti di un’epidemia, i rari esseri che il narratore sfiora: un gatto, un’amante, uno scrittore che si crede un profeta.

La casa dove ha scelto di abitare gli sembra una casa infestata sperduta in una terra incerta. Presto sopraggiungerà un diluvio, possiamo immaginarlo come la celebre videoinstallazione di Bill Viola, un’esondazione, la desolazione. Con ritegno e gravità infinita, per quanto faccia e speri l’uomo avanza verso il “grande nulla dove tutto finisce” ed ha, come unica consolazione, la speranza nell’“immensa mansuetudine del mondo”.