“Folla delle vene” di PFI

Folla delle vene

Autore: Paolo Fabrizio Iacuzzi

Titolo: Folla delle vene – Il museo che di me affiora

Postfazione: Pasquale Di Palmo

Editore: Corsiero, Reggio Emilia 2018 (Collana “Strumenti umani” diretta da Alberto Bertoni)


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 La poesia

Io vi rivedo cari non ancora morti. Ma fissi dentro
il museo che di me affiora sulla lastra rosa. Mentre
mi sfilo le scarpe nello stanzino buio. Mentre m’infilo
le scarpe e giro la testa a sinistra. Dove c’è un quadro

al muro. Dove la cornice di legno chiaro cinge una coppia
di fidanzati. Lui è sul sellino. Lei è sulla canna. Chi saranno
il bambino non sa. Non può sapere il viaggio la strada
il mondo che è stato. Prende la bicicletta la stampa dentro

di sé. Servirà la mappa da grande. Gli servirà l’amore
svelato. Insieme lui fischia e va. Mentre lei sulla canna
sta nel bilico. Gioco da equilibristi per essere dei clown.

Non vi è servita la bicicletta. Non siete mai stati in viaggio.
Siete invecchiati cercando qui il punto di fuga. Il vostro
amore scagliato dentro di me. La Natura a Lei gradita.


Dalla postfazione di Pasquale Di Palmo

Oltre alla combinazione cromatica (come nella tavolozza di un pittore il rosa qui si mescola — si integra — allo spettro di altri colori), è presente una serie di occorrenze che mutano di sezione in sezione, collegate a loro volta da emblematiche «didascalie». La simbiosi tra attualità e tradizione rimanda alla condizione «liquida» di cui parlava Bauman, con un linguaggio talvolta asettico, che ricorda quello scientifico della descrizione dei referti: «Maxi schermi per entrare dentro le fiction / del mondo. Arie celebri di Giuseppe Verdi // per abitare a mille». Ma, subito dopo, c’è lo scarto, l’accensione lirica: «Stare dentro una casa / e scavarsi gli archi dentro il rosa delle pareti. / Perché ritirarsi dentro è sognare ancora di più / la luce». Si stabilisce così un processo inverso rispetto a quello occorso a Mallarmé con la sua «pagina bianca»: un horror pleni che non può non risentire della diffusione ipertrofica dei messaggi, impostasi con la globalizzazione, il cui significato risulta pressoché azzerato come in un dipinto di Basquiat.

Una delle fonti ispiratrici di Iacuzzi è da ricercarsi nella passione per l’arte plastica e figurativa, sorta di Leitmotiv della sua stessa opera. Non si tratta d’altronde di un retaggio gratuito, di un estetismo fine a sé stesso, permeato com’è di intense connotazioni etiche che, non di rado, acquistano valenza ontologica. Si passa dagli «Arlecchini in abiti consunti» di Marino Marini alle due Meditazioni (sopra il mosaico ravennate di Teodora e La Vergine delle Rocce di Leonardo, già motivo campaniano), dalla «deriva» veneziana in cui, oltre all’esperienza magmatica di Vedova che «alle Zattere sciacqua / i pennelli nel canale», si rievocano in absentia capolavori come l’Assunta di Tiziano e la Cena in casa Levi del Veronese, al Tondo michelangiolesco messo ingegnosamente in relazione con il tema dei migranti e al divertissement chagalliano dello splendido epilogo: «Come un barbaro ti dipingo il viso / notte e giorno io ti benedico».

In Folla delle vene, dove al centro è Pistoia in una costellazione ideale che sta tra il Sud della Francia e la linea Ravenna-Venezia, si avvertono conflitti e contrasti, a cominciare da un complesso edipico quasi ostentato (si torna con il pensiero a Patricidio), presente sin dal Maestro della rosa, componimento iniziale che sembra conglobare le tematiche sviluppate lungo l’arco di tutta la raccolta: «l’asse della madre» contrapposto all’«hangar accanto / a quello di mio padre», «il triangolo rosa / appuntato sul petto», il pasoliniano «rantolo della betoniera», «la catena / della bici». E proprio la bicicletta rappresenta uno dei motivi ricorrenti, quasi un emblema dai tratti ora angosciosi ora rassicuranti (si pensi, oltre alle accensioni liriche di Caproni sulla madre Annina che «pedala, vola», a La bicicletta bianca, una delle sequenze più riuscite della sua raccolta d’esordio). Qui i riferimenti sono molteplici: da Magliarosa Frankenstein in cui si descrivono le vicissitudini sportive ed esistenziali di Pantani fino a La bici con le scarpe, ossimoro che rinvia a lontane reminiscenze di carattere familiare. Ma la «memoria incessante» di cui parlava Ungaretti non smette di condurci, come nel refrain di una delle sezioni più lancinanti del libro, laddove «Non c’è più tempo amici per le cose».