“Folla delle vene” di PFI

Folla delle vene

Autore: Paolo Fabrizio Iacuzzi

Titolo: Folla delle vene – Il museo che di me affiora

Postfazione: Pasquale Di Palmo

Editore: Corsiero, Reggio Emilia 2018

Collana: “Strumenti umani” diretta da Alberto Bertoni


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Paolo Ruffilli – blog Italian Poetry – 21 maggio 2018

La cifra di Paolo Fabrizio Iacuzzi si è sempre segnalata in un sorprendente equilibrio, nella sua poesia, tra elementi della tradizione e tecniche linguistiche e metriche della contemporaneità. Cifra che una volta di più si riconferma nella sua ultima raccolta, “Folla delle vene” (Corsiero Editore).

Le ascendenze liriche alte della poesia di Iacuzzi, condotte a originale sviluppo nel segno di un metaforismo di succo illuministico e a specchio di quel passaggio di distensione che si può verificare per esempio da Bigongiari a Caproni, hanno trovato compimento nel progetto di sposarle a un flusso dall’andamento discorsivo. E la poesia si fa parola, in un processo che ha avuto in Montale il riferimento privilegiato per la generazione di Iacuzzi.

Il puro peso della comunicazione non inibisce affatto alla parola le virtù liriche, fantastiche, evocative e mitiche che sono proprie della “poesia”, piuttosto le accoglie e le subordina a un’intenzione diversa, di “discorso” vario e complesso, mai concluso e intermittente, magari molto meno assoluto ma per questo capace di infilarsi nelle intercapedini della vita (“Anche il mio verso sotto il peso delle traduzioni / ha finito per cedere. Ha creato spazi e fessure. // È crepata la parete da scalare. Ormai il verso è solo”).

Con una piegatura spigliata e disinvolta, ma, in ogni caso, l’ironica coniugazione delle parti resta come sospesa in una sorta di contratto pudore (non aspirando affatto a funzione dissacrante), dentro il quale regna sovrana la tenera misura, che ne è la caratteristica portante.

C’è, nella poesia di Paolo Fabrizio Iacuzzi, una tenerezza espressa come eleganza di strutture, delicatezza di modi e di toni, flessibilità melodica, leggerezza di immagini. Come attraverso un vetro, però, e dunque non in cedimenti sentimentali o formali, ma in una purezza cristallina, che ha già fissato un suo distacco dal sentimento delle cose.

Le cose, già: appetibili ed evanescenti, rispetto alle quali in questo libro si ripete un verso, nella serie “Il tempo degli amici”, mosso sicuramente anche da una volontà scaramantica: “Non c’è più tempo amici per le cose”.

Il senso dello scorrere e del dissolversi di oggetti e sentimenti risulta, comunque, come ribaltato e tutto, nella vicenda esemplare della vita, finisce col diventare agli occhi del poeta indizio del futuro stesso. Il passato continua nel presente e prelude, appunto, a un futuro intermittente (“Se vi rivedo qui è perché non vi ho perso di vista”).

Ecco, allora, implicitamente la rivelazione che quello che viviamo o abbiamo vissuto è ansia di quello che sarà, speranza e illusione, ma in una condizione diversa da quello che si potrebbe pensare, di pacificazione e non di angoscia. Ed è la condizione mirabile, mi pare, della poesia di Paolo Fabrizio Iacuzzi.


Sebastiano Aglieco – blog Compitu Re Vivi – 20 maggio 2018

La pittura medioevale si pone, in certi contesti, in funzione di testimonianza visiva, prontuario iconico comune.

Il temp(i)o è un luogo sociale che assolve a vari compiti: piazza, ospedale, casa e bivacco, premonizione del paradiso. Ma anche luogo dell’esposizione e del giudizio, del privato che si fa rendiconto, bilancia, tribunale.

Paolo Fabrizio Iacuzzi prosegue in questo recentissimo libro l’idea che biografia e statuto coincidano; che il gesto privato sia, in qualche modo, innestato in quello pubblico e che la responsabilità del singolo sia l’oggetto di una causa, di una rendicontazione. Si ha sempre l’impressione che, scrivendo di sé, egli chiami in causa l’altro, una legge privata e una comune, un dio senza nome, un impulso.

Nello stesso tempo egli sembra sentire la nostalgia di un ordine, di un desiderio di pulizia, di una nuova casa restaurata dove abitare, consegnando a un tempo a venire memorie e affetti, cause ed effetti.

Un’icona da utilizzare in veste di suggestione pittorica per questo libro, è il quadro della città ideale conservato a Urbino. La struttura quadrata della piazza, con al centro l’edificio rotondo, è simbologia concreta di un ordine, una forma dell’architettura della città ideale sulla terra; così come la rosa è garante dell’unità del libro, espressione di una casa da raggiungere − ora che l’amore è questa rosa pulita −…
Rosa come casa, dunque, piazza che diventa casa, io che diventa noi, biografia che diventa Storia − io progetterò la casa per stare tutti insieme − …
In questo libro un rosa multiforme si aggiunge alla complessa tavolozza di Iacuzzi, ad indicarci il percorso interpretativo di un retablo affastellato di presenze e di oggetti in cui la reiterazione delle immagini, sviluppata in varianti, è espressione della molteplicità del vivere e delle infinite sfaccettature emotive della nostra psicologia.

Rosa: il nuovo colore da scegliere per i muri della casa, la maglia di Pantani, la folla rosa delle sculture di Antonio Crivelli, le “Lotofagie” di Luca Caccioni, il nulla che fa rosa l’essere, la nuvola rosa che si sprigiona dalla tela nera dello stereo, le scarpette rosa della danza, il triangolo rosa delle deportazioni.

C’è poi un rosa slavato che si confonde tra le povere pezze del vestito di Arlecchino, a dirci, appunto, come il nostro rosa non viva mai nello splendore di un magnifico isolamento, ma tra la folla, la storia degli altri, nell’infinito tempo che abitiamo, tra passato presente e futuro.

La nostra storia è un tassello della Storia tutta, testimonianza persino dei luoghi che abitiamo; così la casa/rosa costituisce il luogo della riunificazione degli affetti e della memoria; come in una scena di un film di Kurosawa, “Rapsodia d’agosto”: lo sguardo del bambino si ferma a guardare una processione di formiche, mentre nello sfondo gli anziani stanno recitando un mantra, inginocchiati presso una cappelletta di campagna. Il cugino americano, in visita alla vecchia zia in occasione della ricorrenza del lancio della bomba atomica su Nagasaki, ha appena chiesto il significato di quel mantra e gli è stato risposto che cosa vuol dire: “in paradiso saremo di nuovo tutti uniti”. Parole che ne ricordano altre di Milo De Angelis, “a memoria ci saremo tutti”. Ma anche quelle di Franco Battiato in una sua opera, in cui a un certo punto è possibile udire l’elenco di tutti i musicisti in rigoroso ordine alfabetico; come sistemati in un museo di presenze; oppure un appello, un richiamo finale. Gli sguardi dei due cugini infine s’incontrano, mentre le formiche raggiungono lo stelo di una rosa, e poi entrano e si perdono nel grande calice di petali. Ridono, complici, ma non pronunciano una sola parola.

Ecco: il desiderio della casa nell’opera di Iacuzzi, è un desiderio di unità e di riappacificazione con le ragioni della propria storia, dei propri debiti. Ne consegue un tono conciliante, un colloquio incessante, una richiesta di accoglienza, di compensazione. La variazione, genere assai poco frequentato in poesia mentre è comune nella cosiddetta musica classica, tale da costituire la ragione profonda della forma sonata, si presenta nell’opera di Iacuzzi come un’architettura di senso, una declinazione, nel senso letterale del termine: rosa, rosae, rosae… Molte rose formano un rosaio, un viaggio verso la rosa centrale, un’architettura di parole protese al raggiungimento di un senso; una folla di presenze nel nostro sangue: folla delle vene. E quindi archetipi, amicizie, memorie, presenze, ferite da impatto, corrispondenze segrete o più o meno dichiarate, l’amore sensuale e l’amore filiale, ricerca tra le pieghe dei manufatti biografici e della Storia tutta.

Ci troviamo di fronte a un viaggio salvifico a tappe, nel mezzo del cammin…
Forse, allora, Iacuzzi, tra le pagine di quest’opera, ci dice di aver raggiunto il suo purgatorio, in cammino verso quella rosa, quella casa in cui tutti desideriamo infine abitare.


Roberto Mussapi – Succedeoggi – Aprile 2018

Il poeta e le cose

Versi dalla nuova raccolta di Paolo Fabrizio Iacuzzi “Folla nelle vene”. Una poetica pressata dall’immanenza della realtà del mondo, che viene nominata attraverso ciò che le dà consistenza

Dal suo libro appena uscito, Folla nelle vene (corsiero editore), un viaggio alla ricerca degli emblemi segreti della poesia, questa sezione, la terza di nove che iniziano sempre con lo stesso verso “Non c’è più tempo amici per le cose”, salmodiato, battente, sul modello del grande Villon, i cui versi ripetuti e inizianti la strofa battono come cupi rintocchi di campana.

Luzi chiede alla poesia di cantare qualcosa pari alla vita da cui la poesia discende e al cui luminoso mistero deve ritornare. Bonnefoy cerca nell’assoluto della poesia la realtà, ricerca che è scopo principe del poièin moderno. Tra queste due grandi imprese di due maestri del Novecento, Iacuzzi si pone come poeta premuto dall’ansia delle cose, dal dolore per la loro perdita, dal sogno di ritrovarle. Le cose come prova della realtà immanente ma indiscutibile del mondo.


Pasquale Di Palmo – dalla Postfazione.

Oltre alla combinazione cromatica (come nella tavolozza di un pittore il rosa qui si mescola — si integra — allo spettro di altri colori), è presente una serie di occorrenze che mutano di sezione in sezione, collegate a loro volta da emblematiche «didascalie». La simbiosi tra attualità e tradizione rimanda alla condizione «liquida» di cui parlava Bauman, con un linguaggio talvolta asettico, che ricorda quello scientifico della descrizione dei referti: «Maxi schermi per entrare dentro le fiction / del mondo. Arie celebri di Giuseppe Verdi // per abitare a mille». Ma, subito dopo, c’è lo scarto, l’accensione lirica: «Stare dentro una casa / e scavarsi gli archi dentro il rosa delle pareti. / Perché ritirarsi dentro è sognare ancora di più / la luce». Si stabilisce così un processo inverso rispetto a quello occorso a Mallarmé con la sua «pagina bianca»: un horror pleni che non può non risentire della diffusione ipertrofica dei messaggi, impostasi con la globalizzazione, il cui significato risulta pressoché azzerato come in un dipinto di Basquiat.

Una delle fonti ispiratrici di Iacuzzi è da ricercarsi nella passione per l’arte plastica e figurativa, sorta di Leitmotiv della sua stessa opera. Non si tratta d’altronde di un retaggio gratuito, di un estetismo fine a sé stesso, permeato com’è di intense connotazioni etiche che, non di rado, acquistano valenza ontologica. Si passa dagli «Arlecchini in abiti consunti» di Marino Marini alle due Meditazioni (sopra il mosaico ravennate di Teodora e La Vergine delle Rocce di Leonardo, già motivo campaniano), dalla «deriva» veneziana in cui, oltre all’esperienza magmatica di Vedova che «alle Zattere sciacqua / i pennelli nel canale», si rievocano in absentia capolavori come l’Assunta di Tiziano e la Cena in casa Levi del Veronese, al Tondo michelangiolesco messo ingegnosamente in relazione con il tema dei migranti e al divertissement chagalliano dello splendido epilogo: «Come un barbaro ti dipingo il viso / notte e giorno io ti benedico».

In Folla delle vene, dove al centro è Pistoia in una costellazione ideale che sta tra il Sud della Francia e la linea Ravenna-Venezia, si avvertono conflitti e contrasti, a cominciare da un complesso edipico quasi ostentato (si torna con il pensiero a Patricidio), presente sin dal Maestro della rosa, componimento iniziale che sembra conglobare le tematiche sviluppate lungo l’arco di tutta la raccolta: «l’asse della madre» contrapposto all’«hangar accanto / a quello di mio padre», «il triangolo rosa / appuntato sul petto», il pasoliniano «rantolo della betoniera», «la catena / della bici». E proprio la bicicletta rappresenta uno dei motivi ricorrenti, quasi un emblema dai tratti ora angosciosi ora rassicuranti (si pensi, oltre alle accensioni liriche di Caproni sulla madre Annina che «pedala, vola», a La bicicletta bianca, una delle sequenze più riuscite della sua raccolta d’esordio). Qui i riferimenti sono molteplici: da Magliarosa Frankenstein in cui si descrivono le vicissitudini sportive ed esistenziali di Pantani fino a La bici con le scarpe, ossimoro che rinvia a lontane reminiscenze di carattere familiare. Ma la «memoria incessante» di cui parlava Ungaretti non smette di condurci, come nel refrain di una delle sezioni più lancinanti del libro, laddove «Non c’è più tempo amici per le cose».