Paolo Fabrizio Iacuzzi

29 giugno 2019

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Il poeta, che vive tra Firenze e Pistoia, sta girando la Toscana dove tiene letture di poesie in attesa dell’uscita del suo nuovo volume «Consegnati al silenzio».


articolo da “Toscana Oggi”, 30 giugno 2019

di Antonio Lovascio

Ha già annunciato l’uscita, nel 2020, del settimo volume (Consegnati al silenzio) ma per non far dimenticare i suoi versi Paolo Fabrizio Iacuzzi sta girando la Toscana con una serie di eventi estivi. Il format ricalca grossomodo quello de «La bicicletta bianca fra due mondi», lettura di poesie che si è tenuta nella Cappella Rucellai in San Pancrazio a Firenze, sede del Museo Marino Marini. Nel luogo in cui «Arte e spiritualità» si fondono nel paradigma del cerchio, con la presenza delle trenta tarsie di marmo realizzate da Leon Battista Alberti per il sepolcro di Giovanni Rucellai, Iacuzzi ha meditato sulla variazione geometrica di un’unica ruota come mistero dell’Altro, analoga alla figura della bicicletta – senza dubbio il più popolare mezzo di trasporto nella storia, una delle più grandi invenzioni dell’umanità – che attraversa tutti i suoi libri. «Il sacro – ha spiegato Iacuzzi, che vive tra Firenze e Pistoia, dove dirige il Fondo Piero Bigongiari della Biblioteca comunale San Giorgio, presiede e ogni anno crea il Premio letterario internazionale il Ceppo impostosi come fulcro di una comunità didattica, educativa tra i ragazzi delle scuole – è restituzione di quanto un tempo è stato sottratto: la bicicletta bianca, rubata, migra bizzarra da uno spazio all’altro e da un tempo all’altro ma resta intatta nel suo sublime». Alla fine dell’appuntamento fiorentino ampio spazio all’ultima raccolta (Folla delle vene), con le poesie in dialogo con i «giocolieri» di Marino, nate anche da una performance nel sotterraneo del museo di Firenze, il cerchio fra i due mondi si chiude. Non a caso lo scrittore, appunto pistoiese come l’artista, ha curato nel 1991 per i «Quaderni di Via del Vento» il volume di Marino Marini dal titolo «Un’aureola di sole». Se complessivamente – lo dice la critica letteraria – si registra in Iacuzzi l’eco e una certa assonanza di derivazione ermetica della grande scuola toscana (oltre a Bigongiari non potremmo non citare, ovviamente, anche Mario Luzi) via via si percepisce la trasfigurazione simbolica che nasce dalla realtà nel sincretismo dell’elaborato poetico. In particolare nel recente Folla delle vene, incentrata per lo più sul viaggio di alcuni poeti da Marsiglia a Pistoia per un incontro collaborativo che collega il sud della Francia con Venezia, Ravenna e la stessa Pistoia, in una linea dalla quale si alternano gioie, drammi e dissidi. Un «percorso» fatto di ricordi, storie, aneddoti, considerazioni, oltre che di luoghi e soggetti che partecipano ad una sorta di convivio creativo libero da schemi precostituiti, da canoni disponibili nella varietà di intrecci, tradizioni e avanguardie. Immagini che rimangono impresse, con tinte indelebili. Il rosa, colore basilare, nei versi di Iacuzzi rincorre freneticamente la metafora del padre e della madre, Edipo travestito nel seme, il mondo antico tra le terme romane, il teatro greco, il tempio etrusco, che uniscono idealmente il passato e l’oggi. Il rosa è anche la maglia di Marco Pantani, campione, epico protagonista di una delle più belle poesie dell’autore: nella pedalata «sfida l’orizzonte», la possibilità estrema, senza conoscere il tragico epilogo umano che l’attende («A cosa avrà creduto nella salita Marco? / In sella a quella sua bicicletta high tech. / Sul Mont Ventoux nella pietra oppure / sulla più alta vetta di se stesso»). Come ha scritto Roberto Mussapi, la poesia è anche un’opera di misericordia. Che Paolo Fabrizio Iacuzzi, spargendola con delicatezza, non fa mai mancare ai suoi personaggi più sfortunati.