Paolo Fabrizio Iacuzzi

24 febbraio 2019

Picasso_arlecchini

Il 24 febbraio 2019 Umberto Piersanti ha recensito il libro di Paolo Fabrizio Iacuzzi, “Folla delle vene” sulla rivista online “Pelagos Letteratura”. L’inizio della recensione


Paolo Fabrizio Iacuzzi e la totalità dell’esperienza

di Umberto Piersanti

È una scrittura a strappi, a quadri, quella di Paolo Fabrizio Iacuzzi in Folla delle vene, (Corsiero Editore) 2018. Dotata, però, sempre di un suo ritmo, di una sua misura sincopata e puntuale.

I toni e le atmosfere cambiano continuamente. Nella prima sezione, Maestro della rosa, si staglia la presenza di questa stella rosa appuntata sul petto degli omosessuali nei lager nazisti: è un incubo antico che sempre minaccia il suo ritorno.

Nel tempo degli amici domina una cordialità, una fraternità di intenti sotto il segno costante ed irrinunciabile della poesia. Sono venuti da lontano i fraterni poeti, da Marsiglia; e in questo modo: “il lontano ha smesso di essere una minaccia vera”. Nel tavolo quadrato attorno al quale ci si raduna, ognuno ha scelto la sua versione che assomiglia alla propria sorte che non ha scelto ma: “L’ha avuta in sorte dal padre e dalla madre”.

In questi versi di straordinaria intensità c’è molto della Weltanschauung di Iacuzzi. Ci si muove in un orizzonte dove non ci sembra di poter rintracciare una qualche dimensione provvidenziale di tipo sia immanente che trascendente. La poesia, certo, è una risposta; essa deve passare attraverso “parole dolci, ma impervie”; non si può dimenticare che “siamo fuoco e cenere del senso”.

Da notare questi versi e altri dello stesso tipo, che sono netti e implacabili come sentenze. Spesso conchiudono un discorso o una riflessione.

Salvare le parole, portarle da una lingua all’altra, diffonderle e difenderle: questo è il compito dei poeti. E in un libro che rifugge da qualsiasi sentimentalismo e retorica, noi avvertiamo un pathos profondo, un ancoraggio importante alla amicizia e alla poesia.

Anche la natura appare in improvvisi e rapidi squarci, nei “…..monti più bassi delle Alpi piene di neve” o “Negli orizzonti limitati da valli di fieno e lavanda”. La parola resta comunque e sempre quella che dà un senso alle cose e talora “lambisce l’impossibile”.
Ritornano continuamente questi versi apodittici, queste affermazioni così vere ed assolute, mai però dogmatiche o sterili. Esse innervano le pagine con i loro straordinari trasalimenti.

Gli spazi della riflessione e della immaginazione sono vastissimi: da Pistoia a Tebe a Vaucluse e al monte Ventoux: e proprio su questi ultimi due si incontrano destini e vicende di due personaggi lontanissimi nel tempo e nel carattere così come nella funzione svolta: Francesco Petrarca e Marco Pantani. Li accomuna il destino di fare quasi la stessa faticosa ascesa anche se con esiti così diversi.
Sono proprio questi salti, questi collegamenti “pindarici”, ma sempre ricchi di senso, appena si superi l’impatto iniziale, ad essere un altro elemento di forza di questo libro.


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