Paolo Fabrizio Iacuzzi

24 gennaio 2019

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Il 23 gennaio 2019 Guido Monti ha recensito il libro di Paolo Fabrizio Iacuzzi, “Folla delle vene” sul quotidiano “Il Manifesto”


 

Nella precarietà dell’esistere, tra biciclette e rammendi simbolici

di Guido Monti

POESIA. «Folla delle vene», la sesta silloge di Paolo Fabrizio Iacuzzi edita da Corsiero

Paolo Fabrizio Iacuzzi torna nelle librerie col suo sesto libro, Folla delle vene edito da Corsiero editore (pp. 80, euro 13) con nota critica di Pasquale Di Palmo, dove come nei precedenti un colore, questa volta il rosa, permea uno spazio, una memoria.

Quindi la cromìa come dice Iacuzzi in una intervista: «…innesca un’antropologia privata alla luce di un’antropologia maggiore» e difatti essa con la sua simbologia, segue tutti i lavori del poeta ad iniziare dall’opera d’esordio Magnificat (1996), già recensita da Giudici, col bianco, sino ad arrivare al verde dell’edizione fuori commercio, Pietra della pazzia (2016).

Dunque in questo ultimo libro vi è il riflesso del colore rosa così tenue in apparenza, rilassante ma in verità pieno di contraddizioni, conflittualità, abissalità. Si pensi al corpo di poesie, dal titolo: Magliarosa Frankenstein, o all’ultima quartina della prima poesia dal titolo Maestro della rosa, dove si torna a toccare un’esperienza lancinante e fondativa del ‘900 europeo parlando di: «…/…triangolo rosa appuntato sul petto…/…» che era quello degli omosessuali imprigionati nei campi di sterminio. Tutto il lavoro di Iacuzzi, ed ancor di più qui in Folla delle vene, potremmo definirlo visionario; non a caso somigliano le sue stanze poetiche ad immagini in movimento, un susseguirsi di diapositive che hanno altresì una ricchezza espressionista, quasi plastica. Fuggono nella pagina attimi di vita, talvolta cronistorie, che ci dicono di un vissuto personale ma anche di una memoria ben più ampia.

Stanze poetiche quindi, alla maniera di quelle pensate dagli artigiani-scrittori rinascimentali, proprio perché ogni pagina è come se avesse il tempo conchiuso di una storia, trasmettendoci in completa autonomia tutto il trasmissibile di un’opera, alla maniera anche dei grandi quadri della storia dell’arte. Non a caso egli stesso definisce, in esergo, il suo lavoro di scrittura come «una vita a quadri» e così nel libro è molto indicativo un sottotitolo alla parola didascalia, tra l’altro presente ad inizio di molte pagine, che recita: Il museo che di me affiora.

Ed il museo inteso da Iacuzzi, non è quello tradizionale fatto di simboli impagliati e vuoti ma quello lastricato dall’evento sempre mobile, chiamato memoria che riemerge dall’oblio attraverso il medium della parola che a sua volta dialoga col senso dell’arte figurativa. Ne deriva quindi, da questo museo-pagina, una antropologia varia che con le sue emozioni, i suoi fremiti, entra nei tempi della storia e del quotidiano; la parola quindi è ambivalente da una parte appunta il tempo dell’esperienza,  dall’altra  indaga il tempo dell’arte, che è il tempo dello spirito.

Ed allora nel leggere i versi di Iacuzzi, si è spiazzati, quasi disarmati, perché dentro vivono le storie alte o misere dei giorni con quelle dei quadri che rimandano sempre ad una dimensione altra. Stilisticamente poi il poeta da prova di non amare le forme chiuse tradizionali, nel momento in cui adotta sì le terzine e quartine che però si basano su versi liberi e non su rime ed endecasillabi. Folla delle vene insomma è libro poliedrico e complesso dove dentro parlano molte cose e così nel primo corpo di scrittura intitolato: Il tempo degli amici, vi è l’incontro tra poeti di lingue diverse che cercano di tradursi. Ogni poesia inizia con questo verso: «Non c’è più tempo amici per le cose//…». Ecco che i temi della precarietà dell’esistere, si innestano dentro la gioia della relazione e tutto scandito da quel verso sempre uguale che continua a tornare in attacco di pagina per dare ritmo, forse accompagnare il lettore al fuoco di un pensiero.

A cornice del capitolo, tutto il grande discorso sul senso della traduzione, sulla possibile o impossibile fedeltà della stessa al contenuto linguistico originario: «…//Anche il mio verso sotto il peso delle traduzioni/ha finito per cedere. Ha creato spazi fessure.//È crepata la parete da scalare. Oramai il verso è solo//…» ed infine la riflessione amara e disarmante sul senso di estraneità della lingua poetica stessa rispetto a quella comune. Ecco poi ritornare il rosa tra le pagine, nel colore di una maglia quella di Pantani che ascende il Mont Ventoux sempre più caricandosi anche qui di un senso di inquietudine rappresentato dalla fugacità della gloria come apice di qualcosa destinato a tornare nella polvere: «…/Piegato di lato non può alzarsi in sella./Girato di tre quarti sul triclino vede già//la polvere negli occhi…/…».

La simbologia in Iacuzzi dunque è sempre lì, a ridosso di ogni poesia, chiede di essere compresa nelle sue tante sfaccettature: il colore rosa appunto, la bicicletta che rimanda a quella bianca del suo primo libro Magnificat o alla mitica bicicletta di Annina di caproniana memoria. Ecco, queste parole-simbolo, sembrano accompagnare il poeta nella sua storia personale e famigliare e tendono ad introdurci in quadri spigolosi, non sempre limpidi, talvolta pieni di groppi, questioni irrisolte, di psicologia del profondo.

Ma cosa domina sempre in questi versi-frammento? l’attimo,  la provvisorietà di tutti noi, illuminata però da quel momento di luce che solo la poesia sa creare e far vivere. Ed in taluni corpi poetici come Meditazioni sopra il mosaico di Teodora a Ravenna o Meditazione sopra la vergine delle rocce di Leonardo, sembra come già accennavo, che l’arte figurativa così centrale nella poetica di Iacuzzi, si contamini di vita e che le figure dipinte, talvolta entrino nell’oggi e l’oggi con tutto il suo tumulto entri nella luce totale dell’opera: «…//Anche noi siamo dentro il quadro di Leonardo/mentre giochiamo da bambini. Rapiti insieme/ dalla Vergine delle Rocce. Mentre loro parlano/ sommesse per non disturbare i nostri giochi./…».

Tutto ciò lascia al lettore un senso di interrogazione ed anche spaesamento continuo che non trova appoggi, punti fermi ma proprio da questa consapevolezza, matura quel rafforzamento interiore che il libro sembra voler trasmettere come dono. Viene in mente pensando Folla delle vene a quella magistrale opera di Mario Luzi, Su fondamenti invisibili. È come se Iacuzzi questi fondamenti li disegnasse ma cucendoli nel risvolto di ogni sua parola e tocchi poi al lettore rigirarla per trovarne in filigrana il tesoro nascosto.