Piero Bigongiari

Cronologia

La vita e le opere

1914-1918

Il 15 ottobre 1914 Piero Bigongiari nasce a Navacchio (Cascina, Pisa), nella pianura alluvionale alle pendici del Monte Pisano, «in una casa d’angolo prospiciente alla piazzetta erbosa della chiesa di San Jacopo». È il quarto (unico maschio) dei cinque figli di Alfredo ed Elvira Noccioli, trasferitisi a Navacchio da Livorno nel 1911.
La nonna materna, Emilia Busoni, era proprietaria di una trattoria livornese frequentata da Carducci e Pascoli. Il padre lavora nelle Ferrovie; per seguire i suoi diversi incarichi la famiglia affronterà numerosi trasferimenti.

Tra i ricordi più antichi, nel 1918-1919, ci sono l’incendio della distilleria Bizzetti davanti alla sua casa (ora diventata un Polo scientifico europeo di primaria importanza) e un’alluvione dell’Arno nella località di Zambra.

1919-1924

Nel 1919 si trasferisce con la famiglia a Pescia, «prima alla stazione, poi vicino alla stazione, infine alle Casacce, dove in tre anni, e dopo aver rappreso i primi rudimenti del leggere dalla sorella maggiore Luigina, egli compì i quattro anni delle scuole elementari da privatista timidissimo e intimidito presso una maestra (con tortore tubanti sotto una sedia) conosciuta come la Tedesca».
Nel 1923 comincia il Ginnasio a Lucca e si sposta ogni giorno dalle Casacce a Piazza del Giglio col tram “Pescia-Lucca” (il titolo di una sua poesia in “Le mura di Pistoia”), «nella brinata campagna mattutina, in cui Lunata e gli altri magici luoghi sbucavano dagli orti e dai campi lacrimanti, con le porte verdi del primo sole, favolosi e pellucidi come Diana nuda al bagno agli occhi sorpresi di Atteone».
Nel 1924 vive per un breve periodo a Grosseto, dove finisce la prima ginnasiale.

1925-1928

Nel 1925 si trasferisce con la famiglia a Pistoia, prima alla Stazione ferroviaria

Nel 1926 si trasferisce in un palazzo con grande scalone secentesco al numero 5 (attuale numero 21) di via del Vento (ora via Ventura Vitoni), all’ombra della cupola della basilica della Madonna dell’Umiltà. Il portone del palazzo è sormontato da una rosta; nell’atrio del proprio appartamento Bigongiari ha il primo contatto con i quadri del Seicento fiorentino. L’abitazione è stata da poco lasciata libera dalla famiglia Ciattini, trasferitasi a Roma. Scriverà poi in Autoritratto poetico: «Lì per me è il centro del mondo: anzi posso precisarlo geometricamente, su quel fazzoletto di città e di emozioni trattenute, là dove via del Vento sbocca in via della Madonna, slargando improvvisamente, la via dove abitavo, il suo fremito serpeggiante nell’ampio, solare miraggio della via maggiore, la mia ‘gran via’ del sole occiduo che, dritto come una spada, la sera la percorreva».
Con Mario Ciattini, che torna spesso a Pistoia per far visita alla nonna, Bigongiari stringe una profonda amicizia e con lui va in vacanza a Molino del Pallone, sulla montagna tra Pracchia (PT) e Porretta (BO).
Frequenta il Ginnasio e poi il Liceo «Niccolò Forteguerri». Qui ha come professore di scienze lo scrittore solariano Vieri Nannetti; il preside è Gherardo Bracali.

1929-1932

Va ad abitare sempre a Pistoia con la famiglia «in una palazzina con giardino e gran glicine stordente, allo scalo merci della Stazione di Pistoia, poi andata distrutta durante la guerra, in via della Vergine». D’estate va in vacanza sulla riviera romagnola, a Igea Marina, e sulla montagna pistoiese, a Pian di Doccia (Gavinana).

Si prepara all’esame di maturità studiando in solitudine nella cella campanaria del Duomo di Pistoia. Consegue il diploma, con esame finale presso il Liceo «Michelangelo» di Firenze. Si iscrive alla Facoltà di Lettere dell’Università di Firenze, facendo il pendolare tra Pistoia e Firenze.

All’Università, e poi al Caffè «San Marco», stringe le prime amicizie con gli altri esponenti della generazione dell’ermetismo: «primo fra tutti Leone Traverso», quindi con Mario Luzi, che saliva ogni mattina a Castello sullo stesso treno, Carlo Bo, Oreste Macrí, Alessandro Parronchi, Romano Bilenchi, Vasco Pratolini, Alfonso Gatto. Alle «Giubbe Rosse» conosce i maggiori esponenti della letteratura italiana dell’epoca, allora residenti a Firenze: da Eugenio Montale a Carlo Emilio Gadda, da Alessandro Bonsanti a Elio Vittorini, da Tommaso Landolfi a Carlo Betocchi. Una presenza di grande carisma è quella del pittore Ottone Rosai. Sempre al caffè di Piazza della Repubblica conoscerà negli anni seguenti il premio Nobel Octavio Paz e il poeta spagnolo Jorge Guillén.

1933-1935

Collabora con racconti e articoli di critica letteraria (il primo su Gianna Manzini) alla terza pagina del settimanale pistoiese del G.U.F. «Il Ferruccio», diretto prima da Braccio Agnoletti e poi da Vladimiro Caioli. Vi fa collaborare anche i nuovi amici fiorentini Luzi, Macrí, Traverso e Sergio Baldi, dando vita a un’esperienza che precorre le più mature manifestazioni dell’ermetismo fiorentino. Intanto il critico d’arte Nino Bertocchi fa pubblicare le sue prime poesie su «L’Orto» di Bologna, e Corrado Pavolini su «L’Italia letteraria».
Si reca con assiduità alla Biblioteca Forteguerriana di Pistoia con gli amici artisti e scrittori Danilo Bartoletti, Pietro Bugiani, Alfiero Cappellini, Corrado Zanzotto, Umberto Mariotti; qui legge in lingua originale i poeti parnassiani e maudit nelle edizioni della grande raccolta appartenuta a Ferdinando Martini e da poco acquisita dalla biblioteca. Numerose sono le letture: tra gli altri, Alfieri, Foscolo, Molière, Balzac, Jacobsen, i russi (Cèchov, Tolstoj, Puskin e i poeti nell’antologia di Poggioli “La violetta notturna”), Hölderlin, Schnitzler, Döblin, Zweig, Nievo, Palazzeschi, Tozzi, Ungaretti, Lawrence, Dos Passos.
Frequenta il caffè del Globo e la villa di Vittorina Papi a Groppoli (Serravalle Pistoiese), ospite di Roberto Papi; fa lunghe passeggiate nella campagna lungo l’Ombrone e a Valdibrana. Spesso fa visita a Mario Ciattini, a Roma.
All’Università predilige i corsi di Giacomo Devoto, Ettore Bignone, Giorgio Pasquali, Luigi Foscolo Benedetto, Attilio Momigliano e Alfredo Lamanna. Intanto traduce alcuni epigrammi di Marziale, scrive racconti (pubblicati in Il sole della sera per Passigli nel 1994), compone poesie (raccolte poi da Iacuzzi in L’Arca) e comincia a scrivere il Giornale, che proseguirà per tutta la vita e che sarà pubblicato nel 2001 da Raffaele Crovi per Aragno Editore con il sottotitolo Un pensiero che seguita a pensare (1933-1997).

Nel 1935 compie un viaggio a Trieste in compagnia dell’amico Mario Luzi e si reca a Poggio a Caiano insieme a Bartoletti per conoscere Ardengo Soffici.

1936-1937

Dopo avere abbandonato l’idea di una tesi su Une saison en enfer di Arthur Rimbaud (di cui traduce alcune poesie) con Luigi Foscolo Benedetto, nel 1936 si laurea con lode in Letteratura italiana sotto il magistero di Attilio Momigliano. L’elaborazione della critica leopardiana è il titolo della tesi, precoce esempio di critica delle varianti. Alla discussione della tesi sono presenti molti esponenti della rivista «Solaria» (soppressa dal regime fascista pochi mesi prima) poiché lo stesso giorno si laurea Silvio Guarnieri; tra questi c’è Alessandro Bonsanti,  che lo invita a collaborare a «Letteratura», l’ideale continuazione di Solaria; il primo intervento sarà, nel gennaio 1938, con una recensione al “Leopardi” di Giuseppe De Robertis.

Nel 1937 L’elaborazione della critica leopardiana è pubblicato da Le Monnier (avrà una seconda edizione nel 1948 da Marzocco) e immediatamente recensito sul «Meridiano di Roma» da Gianfranco Contini: «l’omaggio alla sua intelligenza gli va reso fin da ora».
Primo amore per la giovane pistoiese Livia Morandi, cui dedicherà negli anni alcune poesie.
Frequenta da Vallecchi le riunioni della rivista «Frontespizio», ma non vi compariranno mai le sue poesie, nonostante l’interesse di Luigi Fallacara e di Carlo Betocchi, per divergenze con la linea cattolica della rivista.
Stringe una stretta amicizia con Romano Bilenchi. Conosce ed entra in polemica letteraria con Giacomo Noventa e Franco Lattes (Fortini).

1938-1939

Nel 1938 si trasferisce con la famiglia a Firenze, in via Toselli 111, e insegna all’Istituto Magistrale «Gino Capponi».
Sotto la guida di Attilio Momigliano, si specializza con uno studio sulle “Operette morali”di Leopardi.
Inizia a collaborare con poesie e interventi critici a «Vita giovanile», su invito di Vittorio Sereni, e a «Il Bargello», chiamato da Pratolini e Gatto. Scrive, tra l’altro, su Serra e Tozzi.
Partecipa all’avventura della rivista «Campo di Marte», da lui definita «il solstizio dell’ermetismo», «mentre il fascismo stringe i suoi nodi che sono anche nodi che vengono ineluttabilmente al pettine della Storia. La generazione trova il suo punto di resistenza in se stessa, vive una vita catacombale, ma anche non si rifiuta di parlare, non cela il proprio rifiuto totale ai fasti imperi del fascismo, mentre il conflitto mondiale si avvicina».

Nel 1939 inizia l’intensa collaborazione alla rivista milanese «Corrente», su sollecitazione di Giansiro Ferrata, mentre su «Il Bargello» inizia a pubblicare “Di Silvana a Miriam”, le prose parallele all’elaborazione di La figlia di Babilonia, poi raccolte nel 1975 da Silvio Ramat col titolo La donna miriade.

1940

Inizia la collaborazione alla rivista di Curzio Malaparte «Prospettive», «l’estremo campo di prova prima delle rovine della guerra, e dove si parla con adesione del surrealismo e di Éluard, di Joyce e di tutto quanto il fascismo ricusava dell’intelligenza europea del secolo».
Si trasferisce per soli tre mesi a Livorno, avendo ottenuto la cattedra di Letteratura Italiana, latino e storia al Liceo Scientifico «Galeazzo Ciano». Vive di fronte agli Scali d’Azeglio, presso la signora Bignone, in «una camera con un balcone a balaustra dal quale vedo il porto, la darsena, il mare aperto e la Gorgona. C’è l’aria densa dei porti, il rumore degli argani e delle fiamme ossidriche che montano e smontano le navi, e, quando tira, un libeccio infinito» [lettera a Mario Ciattini, 28 dicembre 1940, in Giovinezza a Pistoia]. Scriverà a Giorgio Caproni: «…lucidi groppi d’ombra luminosa sotto le sferzate del vento di mare che percorre i tuoi ritmi tragico‑festivi dal principio alla fine. E sappi che anch’io ne sono un po’ figlio: figlio di quell’odore di catrame e di largo che dagli Scali d’Azeglio e degli Olandesi penetra in città» [lettera a Giorgio Caproni del 26 aprile 1965].
Traduce dal francese: Du Bellay, Ronsard, Éluard. Ha inizio l’amicizia e lo scambio epistolare con Emilio Cecchi.

1941-1942

Nel gennaio 1941 è richiamato alle armi, nel 127° Reggimento Fanteria, a Pistoia. Alloggia  prima in via Curtatone e Montanara e poi di nuovo in via del Vento. Trasferito all’Ospedale Militare di Firenze, a giugno  riprende l’insegnamento. A ottobre  viene trasferito all’Accademia di Belle Arti di Bologna, dove conosce Giorgio Morandi, ma subito dopo torna a Firenze, dove ha ottenuto la cattedra di Italiano al Liceo Artistico dell’Accademia.

Si sposa nel 1942 con Donatella Carena, figlia del pittore Felice Carena, accademico d’Italia, e si trasferisce in Piazza Cavalleggeri 2, che resterà la sua residenza per tutta la vita.
Esce dall’editore Parenti La figlia di Babilonia, suo primo volume di poesie.
Ha inizio l’amicizia con Giuseppe Ungaretti.

1943-1945

Nel 1943 è nuovamente richiamato alle armi ma dopo la caduta del governo Badoglio non si ripresenta al richiamo dei bandi nazi-fascisti e vive in clandestinità. Inizia la collaborazione clandestina a Radio Firenze Libera con interventi sugli scrittori europei da Petrarca a García Lorca.
Nello stesso anno scrive la “Lettera aperta a Gatto”, in risposta a un giudizio negativo su La figlia di Babilonia; la lettera viene pubblicata su «Lettere d’oggi».

Scrive dal 1942 al 1944 una serie di poesie rimaste inedite fino alla morte del poeta: La pietà, la noia della pietà. Sarebbero dovute uscire come seconda parte de La figlia di Babilonia in una collana a cura di Giacinto Spagnoletti presso l’editore Vallecchi di Firenze nel 1946.
Traduce dallo spagnolo: Garcilaso de la Vega e Rafael Alberti.

Nel 1944 liberata Firenze, collabora a «La Patria» e a «La Nazione del Popolo».

Il 17 novembre 1945 esce su «Il Mondo» la “Lettera all’amico Angioletti”. Traduce “Il pomeriggio di un fauno” e “Tristezza d’estate” diMallarmé.

1946-1948

Nel 1946 escono da Vallecchi gli Studi, già composti nel 1943, e si incontra a Firenze con Paul Éluard.

Nel 1947 comincia le lunghe collaborazioni a «La Fiera letteraria» e a «Il Nuovo Corriere» di Bilenchi, con prose di vario genere e interventi letterari. Su «La Nazione del Popolo» e su «Il Nuovo Corriere» scrive alcuni articoli sulla ricostruzione del centro di Firenze. Stringe amicizia con l’architetto Giovanni Michelucci e con Dylan Thomas, residente a Firenze nel corso dell’estate e di cui traduce alcune poesie. È abortito il progetto di dare alle stampe, presso l’editore AVE di Roma, un secondo volume di “Studi”, con gli interventi teorici e i saggi letterari pubblicati sulle riviste militanti fiorentine.

Nel 1948 traduce dal francese, con Giorgio Zampa, Verzieri e Le quartine vallesane di Rainer Maria Rilke. Conosce Elena Ajazzi Mancini a casa di Adelia Noferi e poi, nell’estate, a Forte dei Marmi. In quello stesso anno visita con lei la Biennale d’arte di Venezia, con la grande retrospettiva sull’arte contemporanea europea e americana.

1949-1951

Nel 1949 inizia la cura presso Bompiani l’Opera omnia di Joseph Conrad in ventiquattro volumi, l’ultimo dei quali nel 1966. Affida le traduzioni a, tra gli altri, Piero Jahier, Giorgio Zampa, Claudio Gorlier, Alessandro Serpieri e al capitano Giovanni Fletzer, che fa da supervisore per la traduzione dei termini marinareschi.

Nel 1950 entra nella redazione di “Paragone”, rivista mensile di arte e letteratura appena fondata da Roberto Longhi e Anna Banti: il suo primo intervento è sulla poesia di Francis Ponge. Pubblica su «Il Popolo» di Roma, in due puntate, il saggio “Pittura di Rosai”.

Il 7 aprile 1951 sposa Elena Ajazzi Mancini e parte per un lungo viaggio di nozze (un mese) in Francia, dove incontra Francis Ponge e la nuova generazione dei poeti e intellettuali francesi riunita intorno a Gallimard e alla Nouvelle Revue Français. Conosce Georges Braque. La Francia diventa una sorta di seconda patria; con Elena vi si recherà innumerevoli volte.

1952

Pubblica Il senso della lirica italiana e Rogo, suo secondo libro di versi.
Scrive uno studio “Sugli autografi del «Monologhetto»” per la prima edizione di “Un grido e paesaggi” di Giuseppe Ungaretti, poi confluito nel “Meridiano” Mondadori ungarettiano “Vita d’un uomo”.
Collabora al programma radiofonico della RAI «L’Approdo» e alla versione in rivista cartacea «L’Approdo letterario», a «La Gazzetta di Parma» e alla rivista romana «Idea», dove ritrova come direttore Vladimiro Caioli.
Viaggia in Magna Grecia, con un lungo soggiorno soprattutto in Sicilia, insieme all’amico Gianbattista Angioletti, scrittore, critico e direttore de «La Fiera Letteraria»: ne nasceranno le prose di viaggio “La Grecia in Italia”, pubblicate l’anno successivo su «Il Nuovo Corriere».
Il 30 luglio nasce il figlio Luca.

1953-1954

Nel 1953 esce il primo Inno sulla rivista «Giovedì», poi inserito nel volume Il corvo bianco.
Per realizzare una serie di trasmissioni radiofoniche per la Rai, compie un viaggio di un mese in Grecia con Gianbattista (“Gibì”) Angioletti e Sergio Zavoli. Il gruppo visita tutto il Peloponneso, si trattiene a Olimpia e Delfi, incontra ad Atene diversi intellettuali greci. Da questa esperienza nasce il libro Testimone in Grecia, scritto a quattro mani con Angioletti e arricchito dalle foto scattate dalla moglie Elena durante il viaggio.

Nel 1954, con la stessa compagnia, compie un avventuroso viaggio di un mese in Egitto, spingendosi fino al Sinai e risalendo il Nilo fino alla seconda cateratta: Testimone in Egitto.
La Francia comincia timidamente a ricambiare l’amore di Bigongiari per lei: sui «Cahiers du Sud» compare una sua poesia tradotta da Georges Mounin.
Sempre nel 1954 collabora alla rivista «La Chimera» e pubblica su «Stagione» il saggio “Per Ezra Pound”.

1955-1959

Nel 1955 esce per le Edizioni della Meridiana Il corvo bianco.
Conosce all’Istituto Francese di Firenze Gaetan Picon, con cui instaurerà una lunga e profonda amicizia, e che a sua volta gli farà conoscere Balthus.

Nel 1956, nel corso di uno dei tanti viaggi in Francia, visita Chartres con Francis Ponge.

Nel 1957 muore Ottone Rosai. Bigongiari ne scrive ad Angioletti: «La morte di Ottone, un vero fulmine a ciel sereno – se così si può dire – è stata per me grave, e mi ha scosso più di che non avrei immaginato. Sono vent’anni della mia vita, non solo esteriore, che se ne vanno con un urlo solo, intatti…» [lettera del 3 giugno 1957].
Il 26 agosto fa visita a Mario Luzi, a Pracchia (Pistoia), e con lui risale a piedi la valle dell’Orsigna, torrente che segna il confine tra Toscana e Emilia. Scrive una poesia poi confluita ne Le mura di Pistoia.

Nel 1958 pubblica con Angioletti «la seconda puntata della loro Odissea mediterranea»: Testimone in Egitto (Il Fiorino). Come nel precedente libro sulla Grecia, le foto sono di Elena Bigongiari.
Escono “Le mura di Pistoia“, suo primo libro con Mondadori, e su la rivista «Palatina» il saggio “La pittura oggettiva di Jackson Pollock”. Collabora alla rivista «Quartiere».

Nel 1959 compaiono sul «Mercure de France» alcune sue poesie tradotte  da Maurice Javon. Durante l’estate è ospite a Jersey (Inghilterra) degli amici Sutton.
Muore nel 1959 il padre Alfredo Bigongiari.

1960-1961

Nel 1960 esce da Fabbri “Poesia italiana del Novecento” (una seconda edizione riveduta sarà edita nel 1965 da Val lecchi). In seguito a una polemica con gli altri redattori Giorgio Bassani e Attilio Bertolucci per la pubblicazione del suo Autoritratto poetico sul numero di giugno 1959, abbandona la redazione di «Paragone». Il poeta francese Philippe Jaccottet traduce alcune sue poesie per la «Nouvelle Revue Française».

Nel 1961 riunisce per Mondadori le proprie traduzioni poetiche in Il vento d’ottobre (da Alcmane a Dylan Thomas); vi compaiono Alcmane, Pindaro, Bacchilide, Gregorio Nazianzeno, Maurice Scève, Joachim du Bellay, Pierre de Ronsard, Stéphane Mallarmé, Pierre Reverdy, Paul Éluard, Francis Ponge, René Char, Garcilaso de la Vega, Jorge Guillèn, Rafael Alberti, Hart Crane e Dylan Thomas. Altre traduzioni rimangono ancora disperse in volumi e riviste. Esce anche il volume di saggi Il caso e il caos: vi sono riuniti i saggi su Jackson Pollock, Filippo De Pisis, Ottone Rosai, Chaïm Soutine e Nicolas de Staël. Su invito di Romano Bilenchi, diventa collaboratore fisso de «La Nazione». Dopo una lunga malattia muore l’amico Angioletti.

1962-1965

Nel 1962 riunisce per Vallecchi tutti i suoi interventi su Leopardi nel libro omonimo («questo più che ventennale dente del giudizio»); un’edizione accresciuta verrà pubblicata nel 1977 presso La Nuova Italia, mentre altri saggi leopardiani inediti usciranno nel volume postumo La poesia pensa (Olski), a cura di Iacuzzi, Adelia Noferi e Enza  Biagini. Partecipa al numero di omaggio a Éluard promosso dalla rivista francese «Europe», con il saggio “Éluard après Rimbaud”.

Nel 1964 esce Torre di Arnolfo (Mondadori).

Nel 1965 vince il primo concorso per la cattedra universitaria in letteratura italiana moderna e contemporanea. Comincia a insegnare alla Facoltà di Magistero dell’Università di Firenze. Su invito del critico letterario Georges Poulet, tiene una lezione su Leopardi all’Università di Zurigo.

1966-1968

Nel 1966 diventa titolare della rubrica di letteratura francese delle due versioni (radiofonica e cartacea) dell’«Approdo», in sostituzione di Carlo Bo.

Nel 1967 la «Nouvelle Revue Française» ospita la poesia Firenze, il deserto, nella traduzione di Jean-Michel Gardair, e un suo saggio nel numero di omaggio a Breton.

Nel 1968 partecipa al numero speciale della rivista «L’Ephémere» su Morandi con il saggio Morandi et la poétique de l’object interne.
Sempre nel 1968, dopo una lunga gestazione editoriale, esce Stato di cose, in cui riunisce i suoi primi tre libri di versi. Nei progetti di Bigongiari il volume sarebbe dovuto uscire almeno quattro anni prima e comprendere anche Le mura di Pistoia e Torre di Arnolfo, con il titolo complessivo di Romanzo. Vengono pubblicati anche Capitoli di una storia della poesia italiana e Poesia francese del Novecento (Vallecchi), con scritti su Rimbaud, Mallarmé, Reverdy, Éluard, Breton, Artaud, Ponge, Char, Bonnefoy e gli altri francesi prediletti.
Renè Char, colpito positivamente da quel che Bigongiari ha scritto sulla sua poesia, lo invita in Provenza per farne la conoscenza. Piero ed Elena si incontrano a Sanremo con Vittorio Sereni (già traduttore di Char) e sua moglie; poi tutti insieme proseguono in macchina, fino a Vaucluse, dove passano una giornata con Char.

1969-1971

È uno dei dodici selezionatissimi membri della giuria del premio letterario internazionale Books Abroad, organizzato dall’Università di Norman (Oklahoma); insieme a lui ci sono Octavio Paz, Heinrich Böll e Arthur Miller; dopo un incerto ballottaggio con Jorge Guillèn, il premio sarà conferito a Giuseppe Ungaretti, che morirà pochi mesi dopo.

In occasione del premio, nel 1970, compie un lungo viaggio in America e tiene lezioni e conferenze a Washington, New York e Toronto.
Nello stesso anno esce Prosa per il Novecento (La Nuova Italia), in cui riunisce alcuni interventi critici già usciti in rivista su prosatori italiani tra i quali Serra, Cecchi, Tozzi, Gadda, Manzini, Loria, Bilenchi e Pratolini.

Nel 1971 cura per Mondadori l’antologia di Francis Ponge Vita del testo, con traduzioni proprie, di Giuseppe Ungaretti, Luciano Erba e Jaqueline Risset.

1972-1975

Nel 1972 escono le poesie di Antimateria (Mondadori) e il volume di saggi La poesia come funzione simbolica del linguaggio (Rizzoli), che comprende scritti su La Rochefoucauld, Benjamin Constant, Baudelaire, Balzac, Proust, Bataille, Roland Barthes, i poeti da sempre frequentati e altri esponenti della civiltà letteraria francese. Intanto nella collana bilingue di poesia dell’Istituto di cultura italiana di Parigi esce una antologia di sue poesie tradotte da Antoine Fongaro.
Viaggia in Europa per lezioni e conferenze. Si reca a Londra in macchina e da qui raggiunge Dublino, dove è ospite dell’Istituto italiano di cultura. Qui conosce Tom O’Neill, che poi frequenterà in occasione di un suo soggiorno a Pistoia nel 1973 e che, con Isidore Salomon, curerà delle traduzioni in inglese di poesie di Bigongiari, uscite su rivista a partire dal 1974, a Dublino e negli Stati Uniti.

Nel 1975 esce Il Seicento fiorentino da Rizzoli e, su «Forum italicum», rivista del Dipartimento di Italianistica dell’Università di Buffalo, La donna miriade, il «romanzo mancato» degli anni Trenta, a cura di Silvio Ramat.
Sulla rivista di Bucarest «Tribuna» escono alcune traduzioni in rumeno di sue poesie.

Nel 1976 è la volta delle traduzioni in serbo‑croato di Mladen Machiedo, che tradurrà una successiva scelta anche nel 1985.

1977-1981

Nel 1977 esce il “numero 1” di «Paradigma», rivista di studi interdisciplinari da lui fondata; vi chiama a collaborare i suoi allievi dell’Istituto di Letteratura italiana moderna e contemporanea dell’Università di Firenze. In redazione compaiono Enza Biagini, Adelia Noferi, Maria Carla Papini, Felicita Audisio e Giancarlo Quiriconi. La rivista avrà durata fino al n. 11 del 1996.

Nel 1978 esce presso Il Saggiatore il primo tomo di Poesia italiana del Novecento. Il secondo tomo uscirà due anni dopo dallo stesso editore, mentre un terzo volume, Dallo stilnovismo al simbolismo, resta inedito dopo una lunga vicissitudine editoriale.

Nel 1979 Mursia pubblica Invito alla lettura di Piero Bigongiari di Silvio Ramat, la prima monografia sulla sua opera; intanto Bigongiari dà alle stampe Moses nel 1977. E nel 1979 vince il premio «Il Cino» a Pistoia.

Su sollecitazione di Roberto Mussapi, nel 1980 l’editore Cappelli di Bologna riunisce in Dal barocco all’informale diversi suoi scritti d’arte. Tra gli altri: Paul Klee, Giorgio Morandi, Mark Tobey, Max Ernst, Hans Hartung, Ennio Morlotti, Jackson Pollock, Nicolas de Staël, Claude Garache e Balthus.

1982-1986

Nel 1982 Mondadori pubblica negli Oscar l’antologia Poesie, a cura di Silvio Ramat.
È invitato come visiting professor all’University of California, Los Angeles (Ucla), ma declina l’invito per non  allontanarsi troppo a lungo da Firenze.

Nel 1983 conosce Edmond Jabès, in visita a Firenze e ospite in Piazza Cavalleggeri. È tradotto intanto da Martha Canfield per la rivista «Zona Franca» di Caracas.

Nel dicembre 1984, sulla rivista parigina «Poésie» è pubblicata una scelta di sue poesie tradotte da Bernard Simeone e Jean‑Michel Gardair. Nello stesso anno escono altre traduzioni in Francia (di Andrè Ughetto) e in Messico (di Guillermo Fernandez).

Nel 1985 escono da Sansoni le prose narrative di Visibile e invisibile, a cura dei suoi allievi Maria Carla Papini, Giancarlo Quiriconi, Luigi Tassoni, Felicita Audisio, Adelia Noferi, Enza Biagini, e l’autoantologia commentata Autoritratto poetico.

Nel 1986 pubblica da Jaca Book L’evento immobile, un percorso attraverso l’opera di alcuni dei maggiori letterati, pensatori e artisti francesi del Novecento: Ronsard, Claudel, Larbaud, Hans Arp, Tzara, Michaux, Camus, Sartre, Lèvinas, Jabès, Blanchot e Deguy, tra gli altri.
Nello stesso anno dà alle stampe anche Col dito in terra e riunisce Gli inni in un volume illustrato da Ennio Morlotti, con un commento di Ruggero Jacobbi. In Francia, su «Entailles», escono altre traduzioni di Fongaro e Jaccottet.

1987-1993

Nel 1987 compie un secondo lungo viaggio in America per far visita al figlio Luca, trasferitosi a Dallas; visita anche Washington e New York. Ne viene ispirato per Diario americano 1987 (Amadeus).

Nel 1988 è invitato a tenere due conferenze su Leopardi e Ungaretti alla Sorbonne di Parigi.

Nel 1989 esce il volume di poesie Nel delta del poema (Mondadori).

Nel 1991, con Tre racconti inediti, a cura di Iacuzzi, inaugura la collana «I quaderni di via del Vento» dell’omonima case editrice pistoiese, diretta da Fabrizio Zollo.

Il 1992 è l’anno di ben due libri di versi: La legge e la leggenda (ultimo suo libro da Mondadori) e Abbandonato dall’Angelo. Pubblica anche il Taccuino pittorico (Moretti & Vitali)

1994

Esce presso l’editore Le Lettere Tutte le poesie I, che comprende, per la cura di Paolo Fabrizio Iacuzzi, i suoi primi cinque volumi di versi e, sotto il titolo L’Arca, la raccolta delle poesie inedite degli anni 1933‑1942 messa insieme dal curatore con il placet del poeta.
Sempre a cura di Iacuzzi, vengono pubblicati anche Il critico come scrittore. Prose e aforismi 1933-1942 (I Quaderni del Battello Ebbro), le lettere all’amico Mario Ciattini in Giovinezza a Pistoia (NCE) e Il sole della sera. Racconti e frammenti (1932-1935) da Passigli.
Un primo convegno sulla sua opera, organizzato da Iacuzzi tra Pistoia e Firenze, dal titolo Una scienza nutrita di stupore, ha un largo riscontro sulla stampa nazionale. Intanto Bigongiari tiene a battesimo anche la seconda collana, «Ocra gialla», delle Edizioni di Via del Vento, con il volume Una città rocciosa.
Giancarlo Quiriconi compila e introduce l’antologia Poesie (1942-1992) per Jaca Book.
È invitato a tenere lezioni e conferenze a Glasgow e a Belfast. Dalla conferenza irlandese la Queen’s University trarrà l’occasione per pubblicare un libro, La parola spezzata, con un’antologia delle sue poesie e la trascrizione del suo intervento sulla poesia italiana contemporanea.
Il 25 novembre, per festeggiare i suoi ottant’anni, il Dipartimento di Italianistica dell’Università di Firenze e il Gabinetto Vieusseux indicono una giornata di studio sulla sua opera; partecipano, tra gli altri, Stefano Agosti, Gilberto Isella, Tom O’Neill, Stefano Crespi e Jean-Michel Gardair.

1996-1997

Nel 1996 pubblica la sua ultima raccolta organica di versi, Dove finiscono le tracce (1984-1996), per l’editore fiorentino Le Lettere. Segue Tra splendore e incandescenza, a cura di Fabio Flego e con prefazione di Gaetano Chiappini (Pezzini Editore, Viareggio). Si sottopone a due operazioni per cataratta, prima all’occhio sinistro e poi al destro, che lo restituiscono alla «vista dei colori del mondo e alla possibilità della lettura».

Il 7 ottobre 1997 muore a Firenze, dopo una lunga malattia. Le esequie funebri vengono celebrate nella Chiesa della Santissima Annunziata di Firenze dal cardinale Silvano Piovanelli. La salma del poeta viene tumulata nel Cimitero di Barberino di Mugello.

Con la collaborazione di Martino Baldi

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