Premio Letterario
Internazionale Ceppo Pistoia

12 marzo 2017

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 CEPPO RAGAZZI LECTURE 2017
a cura di Paolo Fabrizio Iacuzzi e Ilaria Tagliaferri

Il potente spettacolo della realtà nelle storie

di
FABIO GEDA
PREMIO CEPPO 2017 PER L’INFANZIA E L’ADOLESCENZA

(sintesi dell’autore)

Offerto da:
GIORGIO TESI GROUP – FONDAZIONE GIORGIO TESI ONLUS

Con la collaborazione di:
 LiBeR. RIVISTA NAZIONALE DI LETTERATURA PER RAGAZZI

AVVERTENZA

La presente Ceppo Ragazzi Lecture sarà pubblicata integralmente dalla rivista LiBeR.
Tutti i diritti di riproduzione sono riservati Accademia Internazionale del Ceppo.

Vorrei vivere un milione di vite e tutte diverse. E visto che invece non posso fare altro che essere me stesso, affido alla magia della narrazione l’occasione che la biologia mi nega: diventare altro da me. Ho presto capito che l’unica possibilità che avevo per solcare i mari su una nave pirata erano le storie; che l’unica possibilità che avevo di scoprire un nuovo continente erano le storie; che l’unica possibilità che avevo di essere un giorno un chirurgo, il giorno dopo un architetto e il giorno dopo ancora un paleontologo, un astronauta o un vigile urbano, erano le storie.

Questo come lettore. Ma perché, invece, come scrittore, scrivo ciò che scrivo? Perché mi sono ritrovato a scrivere soprattutto di ragazzi che crescono, di dialogo tra le generazioni e di fughe? Questo proverò a spiegarlo con l’aiuto di sei parole chiave.

La prima parola è assenza, intesa soprattutto come assenza di genitori e a volte, in generale, di figure adulte; ma adulte non tanto da un punto di vista anagrafico, quanto etico e morale. Togliere gli adulti da una storia è il modo migliore per verificare cosa, del loro esempio, si è sedimentato nei ragazzi che li hanno osservati. Da questo punto di vista l’assenza degli adulti non è sempre e solo terra bruciata, perché offre, in tempi e modi differenti, la possibilità di liberare sacche di creatività e scoprire nuovi pezzi di sé. Solo, dovrebbe capitare in modi e tempi non traumatici. Gli adulti dovrebbero imparare a esserci quando servono e a sparire quando non servono, mentre hanno la misteriosa capacità di sparire quando servono, e quando ci sono di muoversi come elefanti in cerca di cibo. […]

La seconda parola è solitudine. Se c’è una qualità condivisa dai protagonisti delle mie storie, è la capacità di vivere la solitudine in modi creativi: riflettono, immaginano, costruiscono. Se c’è un problema, uno, che addebito alle nuove tecnologie, ai social network, è l’equivoca sensazione di compagnia che allevia la fatica dell’introspezione, offrendo una continua via di fuga da sé e dai propri pensieri per immergersi nel flusso delle vite altrui, arrivando paradossalmente ad acuire il senso di esclusione: come se fuori, nel mondo, stessero accadendo cose meravigliose e noi ce le stessimo perdendo. Ma le cose meravigliose accadono con frequenza maggiore dentro di noi. E se siamo troppo concentrati sul fuori, su ciò che capita agli altri, rischiamo di perderci i fuochi d’artificio che la solitudine sa far esplodere nell’intimità. […]

La terza parola è ricordi. La questione è semplice: i ricordi punteggiano le vite dei miei personaggi, come certe pietre grosse nei muretti a secco. Sono ciò che sostiene quella materia friabile che chiamiamo presente. Sono la strada fatta, il luogo e le relazioni che ci hanno plasmato, i successi e i fallimenti. I ricordi possono essere fardelli insostenibili o un massaggio per lo spirito. Di ricordi – o del diritto di non ricordare – sono intessute molte delle storie che ho scritto. Enaiatollah, nel libro Nel mare ci sono i coccodrilli, durante i suoi cinque anni di viaggio dall’Afghanistan all’Italia, per alleviare il dolore decide di smettere di pensare alla madre e ai fratelli, richiamandoli alla memoria solo una volta raggiunto un luogo da chiamare casa. […]

La quarta parola è fuga. Non è tanto importante da dove si fugge, quanto verso cosa. È la direzione che conta. Tutti scappiamo da, ma non tutti scappiamo verso. Il vero salto nella vita di ognuno avviene quando capiamo o accettiamo la nostra vocazione, quando finalmente, dopo averlo lasciato squillare per anni, troviamo la forza di alzare quel dannato telefono e di accettare la chiamata. […]

La quinta parola è libri. Una cosa che diceva Italo Calvino è che scriviamo per rimettere in circolo idee e ideali, visioni e previsioni che altri prima di noi hanno trasformato in racconti. Le storie sono per lo spirito quello che il cibo è per il corpo: le ingeriamo, le consumiamo e le trasformiamo in azioni quotidiane. Per questo abbiamo bisogno di romanzi sempre nuovi, perché non esistono libri definitivi, film definitivi, canzoni definitive, così come non esiste un piatto di pasta definivo, quello che, dopo che l’hai mangiato, non avrai mai più bisogno di mangiare un piatto di pasta. […] Per questo nei miei libri sono spesso riconoscibili, citati, intrecciati, i libri e i film di chi mi ha preceduto e su cui mi sono formato. È un modo, per me, per affermare la mia volontà di appartenere a quel flusso. Un modo per dire che le storie sono mie solo fin tanto che le sto scrivendo, e poi non più. Che ogni cosa è trasformazione.

La sesta e ultima parola è pericolo. Adoro le storie in cui c’è del pericolo, quella sottile tensione che attraversa ogni frase, come se stessi camminando su un campo minato. E mi piace il racconto del male. Primo, perché il male esiste, e secondo, perché non esiste mezzo migliore per indagarlo – e per imparare ad affrontarlo – della letteratura. Come ha detto Chesterton: «Le fiabe non raccontano ai bambini che i draghi esistono. I bambini lo sanno già che i draghi esistono. Quello che raccontano le fiabe è che i draghi possono essere uccisi». […]

Leggere e scrivere formano, nella mia vita, un unico gesto: come inspirare ed espirare. Per questo quando ho iniziato a scrivere ho sempre cercato di scrivere libri che avrei voluto leggere, così come cerco di leggere quei libri che vorrei saper scrivere. Quando mi sono occupato di ragazzi l’ho fatto pensando di rivolgermi a un lettore come me, e quindi a un lettore adulto. Poi ho scoperto che non era così, e che in realtà arrivavo anche a lettori più giovani. Da quel momento ho cercato di avvicinarmi a loro in modo sempre più consapevole. E ho provato a farlo con rispetto, in punta di piedi. Perché se c’è una cosa, una sola, che mi sembra di aver capito in questi anni, è che, come diceva Buzzati: «Scrivere per ragazzi è come scrivere per adulti. Solo più difficile.»